Spesso, tracce della dell’antica cultura popolare alpina ci aiutano a guardare il presente. E ai piedi del versante sudest del Monte Bianco se ne ha la riprova. Se da Courmayeur si risale la strada che porta in Val Veny, si potrà ammirare, tornante dopo tornante, uno scenario dalle sembianze himalayane.
 La luce più favorevole è al mattino: seracchi, guglie, creste orlate, pareti di granito rivolte al primo sudest si accendono ai raggi rosati. Continuando in salita, ecco apparire a sinistra una piccola chiesa. È il santuario di Notre-Dame de la Guérison.

Si tratta di uno dei luoghi più significativi della devozione mariana alpina, e anche un retaggio delle ataviche paure dei montanari nei confronti dell’alta montagna e dei ghiacciai.

All’inizio del Settecento, in piena Piccola Età Glaciale, venne costruito qui vicino un oratorio dove i pellegrini arrivavano per pregare la Madonna affinché tenesse a bada il Ghiacciaio della Brenva, all’epoca sempre più incombente sulle case. Forse la preghiera non aveva scaturito il suo effetto, tant’è che intorno alla fine del Settecento si dovette erigere un nuovo oratorio più importante perché il ghiacciaio continuava ad avanzare. Dopo pochi anni, un ulteriore ingrossamento arrivò a causare il crollo della prima chiesetta. E nel 1821 se ne costruì un’altra situata, per precauzione, “cinquanta passi a levante” della precedente.

Ma il ghiacciaio continuava ad aumentare, e, in egual proporzione, aumentavano i pellegrini impauriti, tanto che il piccolo edifico si rivelò insufficiente. Lo spazio in quel punto della valle non permetteva ampliamenti, e nel 1867 si dovettero asportare duecento metri cubi di roccia al fine di erigere la nuova cappella. Nel tempo, come noto, il braccio di ferro tra la Madonna e il ghiacciaio è andato placandosi (per netta vittoria della prima) e la chiesa è diventata una galleria di ex-voto dei fedeli che ringraziano per la grazia ricevuta, salvati da incidenti o guariti dalla malattia (da qui il nome del santuario: Guérison).

Altroché se la meglio l’hanno avuta i pellegrini: alla fine il ghiacciaio è arretrato tanto che ormai quella lunga lingua che minacciava le case non la si ricorda nemmeno. Ora basta il mio ricordo di quando ero bambino a lasciarmi interdetto: la grande balena grigia che vedevo di fronte a me non c’è più. Solo sassi, larici pionieri che salgono, crolli di seracchi che scuotono lo sguardo.

Mi viene da pensare a tutto questo mentre a Milano l’arcivescovo Delpini ha annunciato che sta pregando per la pioggia. Preghi preghi, caro arcivescovo. Se fosse lei, o la Madonna per lei, a darci la pioggia le saremo tutti grati. Ora a farci paura è la terra secca che diventa polvere. Ci ascolterà ancora qualcuno lassù? Speriamo, ma non troppo, visti gli esiti che si rischia di raggiungere. E, caro arcivescovo, non si dimentichi di pregare soprattutto i politici per indurli a mettere in atto piani contro la dispersione idrica. Se almeno loro la ascoltassero…

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