di Mario Pomini*

Il ministro dell’istruzione, Patrizio Bianchi, ha annunciato un piano straordinario per l’edilizia scolastica, per una spesa di circa due miliardi di euro. Forse ha ereditato questa passione dall’allora presidente del Consiglio, Matteo Renzi, che varò un ambizioso programma, chiamato retoricamente, “scuole belle”. Poi questo progetto si è perso per strada, sia per la riduzione dei fondi che per le lentezze amministrative. Ora il ministro Pd ci riprova e probabilmente l’esito sarà lo stesso: un temporaneo risalto mediatico e qualche rivolo di finanziamento.

C’è da chiedersi se veramente il problema della scuola italiana consista negli edifici e nelle infrastrutture che sarebbero scadenti e poco funzionali. Molto è stato fatti in questi anni dai Comuni e dalla Provincie virtuose, e probabilmente molto rimane ancora da fare. Ma una gestione dell’edilizia scolastica – a mio avviso – non dovrebbe avere una grande enfasi e rientrare in una corretta gestione ordinaria del patrimonio pubblico, con le conseguenze che si possono immaginare sulla qualità della didattica. L’edilizia scolastica può essere un problema, risolvibile con interventi una tantum come negli anni Settanta quando ebbe un impulso eccezionale, ma i nodi della scuola italiana probabilmente stanno altrove. I due miliardi scovati dal ministro potrebbero essere spesi meglio, sempre per la scuola. Le risposte possono essere tante e ne indichiamo una.

Recentemente anche Confindustria, attraverso la voce del Presidente della Fondazione Agnelli, ha insistito sul fatto che uno dei problemi strutturali della scuola è la mancanza di una vera carriera economica dei docenti, come anche del personale amministrativo. Lo ha capito anche Brunetta, noto fustigatore dei fannulloni del pubblico impiego, che i concorsi del Pnrr vanno deserti perché un laureato non è interessato a guadagnare 1.700 euro al mese, tenuto conto delle varie spese da sostenere. Se poi consideriamo che lo stipendio iniziale per un docente laureato è di 1.450 euro, il problema diviene ancora più acuto.

Come rimediare allora a questa situazione di scarsa attrattività della professione docente? Una soluzione potrebbe essere quella di cominciare a trattare i docenti come tutti gli altri professionisti (laureati). La normativa prevede che questi nell’arco di un triennio svolgano delle attività obbligatorie di aggiornamento. I docenti, non si sa per quale ragione, sono esclusi da quest’obbligo. Per chiedere qualcosa in più, naturalmente, serve anche un incentivo economico. Ecco allora che i due miliardi del ministro Bianchi potrebbero servire allo scopo. Si potrebbe, in maniera molto semplice e senza stravolgimenti contabili, aumentare l’indennità di funzione dei docenti, sul modello di molte altre categorie professionali del pubblico impiego, e rendere nello stesso tempo obbligatorio un percorso di aggiornamento didattico e disciplinare. Tenendo conto che i docenti sono circa 800.000, con la somma proposta dal ministro si può offrire un incentivo di 3000-4000 euro annui ai docenti.

Una proposta scandalosa? No, di certo, perché questi incentivi sono piuttosto comuni nel mondo delle imprese private, e anche più sostanziosi. Certamente in questo modo si creerebbero dei docenti di serie A (coloro che si aggiornano) e docenti di serie B (coloro che rimangono nella posizione attuale), ma il vento del neoliberismo è troppo forte per poter ottenere risultati più significativi. Magari questa attività di aggiornamento professionale potrebbe essere su base volontaria come prevede, tra l’altro, il Pnrr. Peccato che il Piano Nazionale non indichi le risorse e faccia partire tutto dal 2026, quindi un progetto senza nessuna convinzione.

Il presidente della Fondazione Agnelli ha scritto recentemente un libro per dimostrare che la scuola è bloccata. Tesi condivisibile per molti aspetti, ma largamente insufficiente. La scuola non è solo bloccata ma ampiamente osteggiata da una classe politica, come pure da una larga parte dell’opinione pubblica, che non considera ancora l’insegnamento come una vera professione, ma una sorta di status privilegiato (che comunque richiede il conseguimento di una laurea). Questa vecchia ideologia populista è dura a morire. Curioso che gli economisti, quando sono in cattedra, non facciano altro che esaltare il capitale umano e l’acquisizione del sapere, cioè l’istruzione, mentre poi quando sono al governo, come l’economista Bianchi, agiscano in maniera del tutto differente. Scuole perfettamente ristrutturare e luccicanti, ma con docenti demotivati, sono semplicemente delle fortezze vuote che non servono a poco.

*Professore associato di Economia Politica, Padova

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