di Francesco Petrelli, policy advisor sulla sicurezza alimentare di Oxfam Italia

La crisi alimentare globale rappresenta oggi forse la principale emergenza a cui la comunità internazionale e i governi devono mettere mano, per scongiurare quella che potenzialmente potrebbe diventare una catastrofe umanitaria su scala planetaria. Basti guardare a un dato su tutti: i prezzi dei beni alimentari a livello mondiale hanno raggiunto a marzo, il massimo storico dal 1990 (anno in cui è stato istituito l’indice che ne misura l’andamento). E se il tema è al centro del dibattito degli ultimi tempi, spesso quello che manca è una attenta riflessione sulle possibili soluzioni non solo nel breve, ma anche nel medio periodo. Ma andiamo per gradi.

Una tempesta perfetta che potrebbe causare 263 milioni di nuovi poveri entro l’anno

Quella che ci troviamo di fronte è potenzialmente una tempesta perfetta – innescata dalla crisi Ucraina, dall’aumento dei prezzi dell’energia e da un mercato globale controllato sempre meno da attori economici legati all’economia produttiva e sempre più da fenomeni di finanziarizzazione e spinte speculative – che si è andata a sommare all’impatto della crisi climatica. Aree sempre più vaste e povere del pianeta, spesso già attraversate da conflitti dimenticati, da anni sono colpite da siccità devastanti, che uccidono milioni di capi bestiame e bruciano i raccolti, togliendo ogni capacità di sussistenza alle comunità locali. E’ così in Africa orientale, nel Sahel, in Siria e Yemen, dove già ampie fasce della popolazione si trovano sull’orlo della carestia.

Ancora una volta a pagare il prezzo più alto di questa drammatica situazione sarà perciò la parte più povera della popolazione mondiale (compresi i piccoli contadini che il cibo lo producono), con 263 milioni di nuovi poveri e 827 milioni di persone in condizione di grave insicurezza alimentare entro l’anno, secondo le ultime stime di Oxfam. I riflessi dell’aumento della cosiddetta ’inflazione alimentare” sono infatti trasversali e incidono sulla capacità di spesa ovunque, ma in proporzioni ben diverse. Basti considerare, ad esempio, che l’aumento dei prezzi dei generi alimentari incide per il 17% sulla spesa delle famiglie nelle economie dei paesi industrializzati, ma arriva al 40% nei paesi dell’Africa sub-sahariana.

Lo sblocco dei porti ucraini è una condizione necessaria, ma non sufficiente

In questo scenario, se da un lato è quindi urgente che vengano sbloccati i canali di approvvigionamento di grano e cereali dall’Ucraina prima dell’estate, dove migliaia di tonnellate di grano e cereali stanno marcendo nei silos; è altrettanto chiaro che occorre guardare a soluzioni di più ampio respiro.

Cruciale bloccare i fenomeni speculativi in corso

Innanzitutto istituzioni internazionali e governi dovrebbero arginare i fenomeni speculativi in corso. È paradossale infatti che alla borsa di Chicago, dove si determinano i prezzi, i cosiddetti future sul grano – nati nell’800 per garantire stabilità a chi produceva e vendeva, mettendo al riparo dalle annate di raccolto meno buono – si siano trasformati in scommesse speculative tra intermediari, spesso spregiudicati e slegati dal ciclo produttivo, con “giochi” al rialzo o aspettative in questo senso, che diventano la causa stessa dell’aumento dei prezzi. Un fenomeno che anche il vice-direttore della Fao Maurizio Martina ha definito un paradosso, in cui l’economia virtuale delle scommesse finanziarie tiene in ostaggio l’economia reale, giocando su beni essenziali che determinano il benessere o il rischio di fame per una parte dell’umanità.

Le fragilità di un sistema produttivo rigido

Allo stesso tempo, pur consapevoli che in questo momento è fondamentale tenere il più possibile i mercati aperti, la vicenda del blocco dei porti del Mar Nero dimostra quanto una divisione rigida della produzione e distribuzione agricola genera, a fronte di eventi imprevisti come la guerra, un corto circuito dell’intero sistema. Palesandone fragilità e incapacità di adattamento e resilienza. È evidente che invece bisogna guardare a modelli di diversificazione produttiva più variati e localizzati, che non puntino tutto sulla sola intensività propria dei modelli agro-industriali e che prevedano una transizione verso approcci agro-ecologici locali, basati sulla sostenibilità ambientale e sociale, capaci cioè di maggiore autosufficienza di fronte agli shock.

Italia e Ue non si dimentichino del Green Deal

Un terzo punto poi riguarda direttamente l’Italia e l’Europa. Non si tratta solo degli effetti economici che stiamo già vedendo, ma degli effetti ambientali di medio periodo; ossia di quel pacchetto di iniziative che a livello europeo si stavano cominciando a realizzare attraverso la parte agricola del Green Deal, basate su tre pilastri: la revisione profonda della Politica Agricola Comune (PAC); la strategia per accrescere la biodiversità; la strategia per garantire la filiera corta, che doveva riguardare il 25% delle superfici agricole europee entro il 2030.

Tutti buoni propositi e lezioni apprese dagli effetti della pandemia per ridurre le nostre emissioni di CO2, che sotto i colpi dell’emergenza rischiano però adesso di essere rimandati o dimenticati. Se così fosse, sarebbe un “danno collaterale” della guerra che inciderebbe altrettanto profondamente sul futuro dei nostri territori e soprattutto sulle prossime generazioni.

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