Dall’agricoltura ‘intelligente’ a uno sfruttamento diverso dei bacini artificiali italiani, dalla riduzione dei consumi a un intervento che rimedi alla grave dispersione idrica del Paese. Serve una strategia che preveda più azioni per far fronte agli effetti dei cambiamenti climatici e a un’emergenza sempre più cronica (e annunciata): sulle Alpi di Piemonte e Lombardia non c’è più neve, i laghi sono ai minimi storici e si prevedono mancanza di pioggia e temperature sopra la media. Se l’Osservatorio sugli utilizzi idrici del Fiume Po, riunitosi a Parma per monitorare la situazione di siccità e la magra del fiume, ha parlato di “peggior crisi da 70 anni ad oggi”, già alla vigilia dell’incontro il segretario dell’Autorità distrettuale del fiume Po-MiTE, Meuccio Berselli, aveva spiegato come si stia verificando “un sostanziale squilibrio nell’utilizzo della risorsa oggi disponibile” e che sarebbe necessario “difendere il principio della sussidiarietà tra le diverse zone a monte e a valle del Grande Fiume indipendentemente dalle concessione in essere”. Dunque, armonizzare le esigenze con le effettive disponibilità oggi scarse, per adattarsi al clima.

Ma l’allarme non riguarda solo il Bacino Padano. L’Osservatorio Anbi sulle Risorse Idriche definisce “catastrofica” la situazione idrica ai Castelli Romani “dove i laghi registrano deficit idrico di 50 milioni di metri cubi”. E ora tocca porre rimedio alle varie emergenze. In Veneto, è già stata sospesa l’irrigazione in alcune zone di Porto Tolle ed Ariano, nel Polesine rodigino, dove sono state attivate pompe mobili d’emergenza per garantire la sopravvivenza delle colture. E se la situazione persisterà, entro la settimana prossima saranno contaminate le prime falde destinate all’uso potabile. Ma il futuro che ci aspetta è davvero quello della continua emergenza da tamponare? Il fattoquotidiano.it lo ha chiesto a Vito Felice Uricchio, dirigente tecnologo dell’Istituto di Ricerca Sulle Acque del Consiglio nazionale delle Ricerche.

Direttore, le criticità sono l’effetto di più fenomeni. Secondo l’Osservatorio Anbi, per esempio in aree come quelle dei Castelli Romani, le conseguenze dei cambiamenti climatici si sommano a un’eccessiva “pressione antropica, maturata negli anni”. I prelievi idrici hanno abbassato la falda a livelli tali da rendere ormai impossibile la ricarica dei laghi. Lei cosa ne pensa?
“Se vogliamo essere pronti rispetto agli effetti dei cambiamenti climatici, alla siccità e alla conseguente carenza idrica, dobbiamo iniziare a gestire l’acqua in modo più razionale, senza aspettare ogni volta che la situazione diventi critica. Dunque la soluzione non può che essere una gestione integrata rispetto ad altre risorse come, ad esempio, quella energetica. Ma anche rispetto alle altre emergenze, come quella legata agli eventi estremi e al dissesto idrogeologico. Bisogna comprendere il legame che c’è tra tutti questi fenomeni, anche perché parliamo di problemi che saranno sempre più frequenti nel prossimo futuro”.

Rispetto agli eventi estremi, l’estate 2021 è stata anche tra le più calde di sempre, soprattutto se si guarda all’Europa. Per quest’anno le previsioni meteorologiche non sono molto diverse.
“Ma tra nubifragi, bombe d’acqua, trombe d’aria, grandinate e tempeste di fulmini, la scorsa estate sono stati registrati 1283 eventi estremi, il 58% in più rispetto al 2020”.

A riguardo, sempre l’Osservatorio Anbi fa notare che la tropicalizzazione del clima “per estremo contrappasso” ha fatto registrare episodi violenti di maltempo con conseguente dissesto idrogeologico in Veneto e Trentino Alto Adige, ma anche in Lombardia dove, a Casalzuigno, nel Varesotto, sono caduti 70 millimetri di pioggia in pochi minuti.
“In generale il trend è questo: piove un po’ meno ma, soprattutto, piove in maniera diversa. Così quando piove, a maggior ragione se le precipitazioni sono così intense, bisogna fare in modo di raccogliere l’acqua e non disperderla. Un aspetto fondamentale, perché in questi casi l’acqua fluisce e, soprattutto nelle aree costiere, raggiunge rapidamente il mare, disperdendosi. Senza considerare i rischi legati ad allagamenti, frane e alluvioni in un Paese soggetto al dissesto idrogeologico”.

Cosa intende quando parla di gestione integrata?
“Intendo dire che la raccolta dell’acqua che arriva durante l’evento estremo non serve solo ad accumulare una riserva per i periodi di siccità, ma è anche una fonte di energia e può aiutare a evitare che l’acqua piovana in eccesso durante un’alluvione produca danni, oltre che vittime. Tra le conseguenze dell’aumento delle temperature c’è, per esempio, l’incremento del fenomeno dell’evapotraspirazione. Bisogna limitarlo e, una delle possibilità che abbiamo, è quella di coprire con pannelli fotovoltaici una parte dei serbatoi idrici. L’acqua potrebbe evaporare meno perché viene coperta e le temperature superficiali sarebbero inferiori. In Italia ci sono 534 grandi dighe e 8mila invasi di piccole dimensioni. Secondo un recente studio pubblicato su Nature, se noi ricoprissimo con il fotovoltaico galleggiante solo il 10% delle superfici dei serbatoi, potremmo fare completamente a meno di tutte le fonti fossili per produrre energia elettrica. Ed è quello a cui si riferisce la Fao, quando parla della gestione globalistica dell’ambiente”.

Una risposta immediata alla crisi idrica del Bacino del Bacino Padano è arrivata proprio dal comparto idroelettrico, che ha dato la propria disponibilità (indipendentemente dalle concessioni legislative) a sostenere l’agricoltura in caso di manifesta necessità produttiva. In pratica i grandi laghi potranno scendere sotto i livelli minimi di invaso per contribuire ad alimentare i corsi d’acqua. Tra l’altro, anche in Emilia Romagna, in assenza di piogge, si rischia di non poter contare sui prelievi necessari all’agricoltura.

“L’apporto dai bacini utilizzati per l’idroelettrico è una dimostrazione che le risorse vanno gestite in maniera integrata. Ma proprio nel settore agricolo si rende sempre più necessario un utilizzo più razionale dell’acqua: i campi vanno irrigati solo quando serve. Se il giorno dopo piove, è inutile dare acqua. In Italia potremmo farlo con i sistemi di machine learning, considerando che abbiamo 23 meteo radar e 5.200 stazioni meteorologiche. E, per un periodo, si è anche fatto in alcune aree. Dovremmo metterlo a sistema e farlo sempre dato che ormai sappiamo dove e come pioverà. Invece, abbiamo persino alcuni territori dove ancora si paga l’acqua per superficie irrigua e non per consumo. In questo modo l’acqua utilizzata non viene neppure contabilizzata e c’è chi dice: tanto io comunque pago un tot all’anno, allora ne consumo quanta ne voglio. In questo modo si rischia persino di irrigare in maniera eccessiva. Sempre per l’agricoltura, penso anche alle serre verticali, che consentono di risparmiare il 90% di acqua, senza utilizzare prodotti fitosanitari e di ridurre fino al 95% l’apporto di nutrienti. Un aspetto di non poco conto dato che, per l’inquinamento da nitrati, l’Italia entra ed esce dalle procedure di infrazione. Altra possibilità è quella di utilizzare tecnologie che sono già mature e che consentono di ottenere acqua potabile da quella reflua”.

Ma lo spreco dell’acqua non avviene solo in agricoltura, come evidenziato dai dati sui consumi. Un paradosso, se si pensa che ora ci sono un centinaio di comuni in Piemonte e 25 in Lombardia (nella Bergamasca) per i quali Utilitalia, in rappresentanza delle multiutility del servizio idrico integrato, chiede ai sindaci eventuali sospensioni notturne per rimpinguare i livelli dei serbatoi.

“In generale e al di là della situazione emergenziale, dobbiamo assolutamente ridurre il prelievo pro capite di acqua. L’Italia detiene il record di prelievo pro capite in Europa con 156 metri cubi per abitante. L’Islanda ci segue con 135 metri cubi, ma ne ha anche molta di più a disposizione. Malta, per intenderci, ha volumi di 31 metri cubi”.

E poi c’è la questione della dispersione idrica. Nel dossier Acque in rete 2021, Legambiente racconta che il gap tra acqua immessa nelle reti di distribuzione e quella effettivamente erogata va da una media del 26% nei capoluoghi del nord, a quella del 34% in quelli del centro Italia, fino alla media dei 46% nei capoluoghi del Mezzogiorno. Ma ci sono capoluoghi, come Frosinone, che arrivano fino al 78% di perdite nella rete di distribuzione.

“Quando a Bari si tira uno sciacquone, l’acqua compie un tragitto di trecento chilometri con un’alta probabilità di dispersione, oltre al costo energetico altissimo. Bisogna puntare a fare arrivare meno acqua da lontano. Perché se c’è una dispersione fisiologica del 10%, i dati ci dicono che nel nostro Paese ci sono aree dove questa percentuale di dispersione è molto più alta. Questo significa che su dieci litri di acqua disponibili, se ne perdono cento. Non ce lo possiamo più permettere”.

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