Non possono bastare le promesse di modifica del Memorandum, già sbandierate più volte dal governo e dalla Farnesina, finite sempre nel vuoto, mai accettate dalla Libia e comunque considerate “insufficienti”. Né può bastare, rilanciano Amnesty international e Asgi, la “foglia di fico della presenza delle organizzazioni internazionali”, dall’Unhcr (l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) all’Oim (l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni), incapaci di “garantire la tutela dei diritti umani nel territorio libico”.
Dopo oltre cinque anni dal 2 febbraio 2017, data che segnò l’entrata in vigore del contestato Memorandum tra Italia e Libia, ora la richiesta di associazioni e ong è quella di “stralciare gli accordi di cooperazione tra l’Italia e la Libia”, che scadranno nel febbraio 2023, con rinnovo automatico per altri tre anni se le autorità italiane non li annulleranno entro il 2 novembre 2022. Allo stesso modo la richiesta è anche quella di cancellare i finanziamenti alla presunta Guardia costiera libica, in realtà gestita e infiltrata da milizie e trafficanti. Tutto a poche settimane dalla futura discussione in Parlamento sul decreto Missioni, già oggetto di divisioni in Parlamento negli scorsi anni, ma sempre passato con larga maggioranza, con il sostegno anche dalle forze di turno di opposizione di destra, al di là della contrarietà di poche decine di parlamentari (una cinquantina tra Camera e Senato nell’ultima tornata dello scorso luglio).Da Amnesty e Asgi, ora, la richiesta è di una netta discontinuità sul fronte della gestione dei flussi, rispetto all’indirizzo in vigore fin dal 2017 dai tempi del governo Gentiloni, con Marco Minniti ministro dell’Interno. Poi confermato dagli esecutivi successivi. Perché, hanno spiegato nel corso di una giornata di riflessione e dibattito organizzata a Roma, ottenere dei miglioramenti, all’interno del quadro vigente, è di fatto “impossibile”. “Negli ultimi cinque anni, oltre 85 mila persone sono state intercettate in mare e riportate in Libia, poi costrette a vivere all’interno dei centri di detenzione, in condizioni deplorevoli, sottoposte a violenze e torture, imprigionate in sistemi di sfruttamento favoriti e rafforzati dallo stesso blocco delle partenze”, ha sottolineato Matteo De Bellis, ricercatore di Amnesty, a margine del convegno. “Pensare di rinnovare ancora quel Memorandum, nonostante quanto sia ormai noto in termini di violazioni dei diritti umani, è inaccettabile. Chiediamo al governo Draghi di non prorogarlo”, è l’appello.

“La verità è che oggi quel Memorandum, così come il supporto alla Guardia costiera, sono considerati gli ultimi flebili legami con le istituzioni libiche. Ed è questo il motivo per cui da parte del governo c’è molto timore nel rivedere e ritoccare quell’impianto, per paura di doversi poi affidare alla Turchia, per poter interloquire con la Libia”, spiega il deputato Pd Erasmo Palazzotto, già presidente della commissione Regeni e negli scorsi anni in prima fila tra i parlamentari che hanno chiesto invano lo stralcio del Memorandum e dei finanziamenti. “Noi dobbiamo alzare il livello di attenzione prima del voto sul decreto Missioni, facendo emergere le contraddizioni che comporterebbe un eventuale rinnovo. Oggi i finanziamenti arrivati in Libia hanno rafforzato le milizie. E il fallimento del processo elettorale in Libia dimostra come anche l’ultimo tentativo di stabilizzare quel Paese sia andato a vuoto. Allora perché continuare a renderci responsabili noi stessi di questa destabilizzazione e della violazione dei diritti umani?”, rivendica Palazzotto. Convinto che dai vertici del Partito democratico questa volta la linea sarà differente, rispetto a quella degli scorsi anni: “Se ne ho parlato con il segretario dem Enrico Letta? Lo scorso anno disse che era l’ultima volta che il partito avrebbe votato a favore del rifinanziamento (in vista di una “europeizzazione” del rapporto con la Guardia costiera libica, ndr), non ho motivo di non ritenere che questa sia ancora oggi la posizione. Ma ne discuteremo dentro gli organismi del partito”, taglia corto.

Secondo Palazzotto “non ci può essere alcuna collaborazione con la Libia” se questa “non garantisce in modo effettivo a Unhcr e Oim di svolgere il proprio lavoro” e in assenza di “protocolli e memorandum altrettanto validi sul campo della tutela dei diritti umani”. Eppure, quello della presenza delle organizzazioni internazionali come effettiva garanzia per la salvaguardia dei diritti resta un terreno di scontro, anche con le associazioni e la società civili libica.

“Noi come attivisti visitiamo i centri persino più di quanto facciano le Nazioni Unite. Sappiamo che Unhcr non può imporre nulla al governo libico, ma non comprendiamo perché non faccia pressione affinché non venga siglato un Memorandum of understanding tra loro e il governo stesso”, spiega un attivista presenta al convegno. E ancora: “Oggi quando Unhcr spiega di aver ‘fatto uscire i richiedenti asilo in aree sicure’ non capiamo: solo nell’ultimo mese ci sono stati sei attacchi e retate contro case di migranti e richiedenti asilo. In Libia non esistono aree sicure“, rivendica.

Non è l’unico. “Non possiamo continuare a nasconderci dietro la presenza delle organizzazioni internazionali. Quel piccolo atto umanitario, anche se accresciuto, non potrà mai controbilanciare un atto criminale come il Memondum, che va invece stralciato”, attacca Salvatore Fachile (Asgi). “Stiamo continuando a dare strumenti a potenze straniere per fare il lavoro sporco che l’Italia non può e non vuole fare: tenere lontano persone dai nostri confini e dai nostri occhi. Proviamo a immaginare se fosse stato questo l’approccio nei confronti dei rifugiati ucraini”. Tradotto, per Asgi e Amnesty è l’ora di archiviare quegli accordi e cambiare radicalmente il sistema.

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