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Stavolta il mio Presidente si è sbagliato

La grazia a Minetti fa più male di quanto la vicenda meriterebbe. Non perché Nicole Minetti sia importante. Ma perché il Quirinale lo è
Stavolta il mio Presidente si è sbagliato
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di Nicolo Venturini

Lo ammetto subito: Nicole Minetti non ispira simpatia nazionale. Igienista dentale diventata consigliera regionale lombarda nell’orbita berlusconiana, condannata in via definitiva per favoreggiamento della prostituzione e peculato. Non è una cui la maggior parte degli italiani pensava ancora. Ci si può chiedere: chi se ne frega? La procedura è stata rispettata, il bambino è malato, la madre serviva a Boston. Fine. Andiamo avanti.

Non è così semplice.

Non è difficile ignorare Nicole Minetti. È difficile ignorare quello che la sua grazia rappresenta. Parliamo di gente normale — chi paga le tasse, rispetta le regole, aspetta i propri turni nei pronto soccorso e negli uffici pubblici. Chi ha interiorizzato, con la rassegnazione silenziosa che è forse il tratto più italiano di tutti, che esistono due velocità: una per chi ha i santi in paradiso, un’altra per tutti gli altri. A queste persone — che votano, e pagano lo stipendio ai consiglieri regionali, anche a quelli condannati per peculato — la grazia a Minetti è arrivata come un ceffone. Non sorprendente. Peggio: familiare.

Il Presidente della Repubblica occupa un posto peculiare nell’immaginario civico italiano. Non è rispettato per quello che fa nel quotidiano. È rispettato per quello che rappresenta: il luogo dove le schifezze a cui questa classe mediocre di politichelli ci ha abituato dovrebbero fermarsi. Il custode. Quello che firma, ma non sempre. Quello che, almeno in teoria, mette l’interesse dei cittadini davanti all’interesse della Casta.
Per questo la grazia a Minetti fa più male di quanto la vicenda meriterebbe. Non perché Nicole Minetti sia importante. Ma perché il Quirinale lo è.

Minetti non ha scontato un giorno di pena — nemmeno sotto forma di affidamento ai servizi sociali, misura già prevista e non ancora iniziata quando i suoi legali hanno presentato l’istanza. La grazia è arrivata il 18 febbraio 2026, emersa alla stampa due mesi dopo, alla vigilia del processo Ruby Ter. La Procura Generale ha verificato tutto. Nessuna irregolarità. Tutto lecito.

Ma la grazia non è un automatismo. È un atto discrezionale: il Presidente può rifiutarla anche con tutti i pareri favorevoli, come stabilito dalla Corte Costituzionale nel 2006. Non è un notaio. È il garante della Costituzione — quella che all’articolo 3 impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli economici che limitano di fatto l’uguaglianza.

Nicole Minetti vive con Giuseppe Cipriani, famiglia simbolo del lusso internazionale. Non è una persona abituata a perdere. Per chi vive in quel mondo, la grazia non è sopravvivenza — è la conferma di aver vinto ancora una volta. Contro lo Stato. Contro i giudici. Contro i milioni di persone che le regole le rispettano perché credono valga la pena farlo. Non cancella la pena. Cancella la sconfitta.

Il paese non legge il dossier. Legge il gesto. E il gesto dice che in Italia, se hai le risorse e gli avvocati giusti, ottieni lo sconto. Dice che chi non ha niente di tutto questo resta dove sta — in cella sovraffollata al 139%, dove nel 2025 hanno perso la vita ottantadue detenuti suicidi. Dice quello che il Marchese del Grillo ripete da secoli: esistono due categorie, e non si mescolano mai quando conta davvero.

Mattarella si è sbagliato. Non per dolo, non per connivenza. Si è sbagliato perché ha scelto la procedura sopra il senso del gesto, perché non ha preso posizione. In un paese che ha perso fiducia nelle istituzioni, il senso del gesto conta più della procedura.

Il garante della Costituzione ha garantito la Costituzione di carta. Quella concreta, quella che vive nell’esperienza di milioni di italiani che vanno avanti senza santi in paradiso, è rimasta dov’era.

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