Il procuratore di Caltanissetta Salvatore De Luca e il sostituto Stefano Luciani hanno chiesto la condanna a 11 anni e 10 mesi di carcere per Mario Bo e a 9 anni e 6 mesi ciascuno per Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, i tre poliziotti imputati di calunnia (aggravata dall’aver favorito Cosa Nostra) nel processo sul depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio. I tre ex appartenenti al pool investigativo “Falcone-Borsellino”, diretto dal questore Arnaldo La Barbera morto nel 2002, sono accusati di aver indottrinato il falso pentito Vincenzo Scarantino, inducendolo – con minacce, pressioni psicologiche e maltrattamenti – a dichiarare il falso per depistare le indagini. Sulla base delle dichiarazioni di Scarantino (definite “un castello di menzogne”) e degli altri due falsi collaboratori di giustizia Salvatore Candura e Francesca Andriotta, diversi innocenti vennero condannati all’ergastolo. “Questo processo ci pone in linea di continuità con il processo Borsellino quater che ci ha rassegnato una verità, e cioè che quelle condanne erano state inflitte sulla base di prove manipolate“, ha detto il pm Luciani. Per tutti e tre gli imputati l’accusa ha chiesto anche l’interdizione dai pubblici uffici per la durata della pena.

Alcuni dei depistaggi ricostruiti nel processo “non possono in alcun modo, se non negandone l’esistenza, ascriversi ai motivi di carriera del dottor La Barbera o a un incredibile eccesso di zelo per dare una risposta immediata dello stato alle stragi”, ha detto il procuratore capo intervenendo in aula nell’ultimo giorno di requisitoria per introdurre le richieste di pena. “C’era una fiduciarietà, nel rapporto tra i tre imputati e Arnaldo La Barbera, che rende concreta l’ipotesi che abbiano avuto la reale rappresentazione degli scopi sottesi delle condotte poste in essere”, ha ricostruito il pm Luciani. “I tre imputati – ha aggiunto – hanno consentito che per anni calasse l’oblio su tutta questa vicenda. In questo processo ci sono stati testimoni chiamati dalla Procura, appartenenti al gruppo d’indagine sulle stragi Falcone e Borsellino, che non hanno fatto onore alla divisa che indossavano: si sono trasformati in testi della difesa in maniera grossolana. Spero che questi comportamenti siano segnalati a chi di dovere”, ha attaccato. E ha concluso: “È stato un lavoro duro e faticoso, ma pensiamo di avervi dato quantomeno una traccia che vi possa aiutare di fare finalmente luce. Questa è una delle ultime spiagge rispetto alle quali poter continuare a fare luce su fatti cosi gravi che hanno segnato la storia di questo Paese”.

“Arnaldo La Barbera, che era colui che depistò le indagini con dichiarazioni di falsi collaboratori, fu anche colui che negò l’esistenza dell’agenda rossa di cui gli venne chiesto conto nell’immediatezza dei fatti”, ha ricordato il pm. “Un’evidenza importante – ha ripercorso – arriva dalla deposizione resa in questo processo, e nel “Borsellino quater”, dalla dottoressa Lucia Borsellino (la figlia del giudice ucciso, ndr). Dice in sintesi che alcuni mesi dopo la strage La Barbera si recò dalla signora Agnese Piraino (la moglie di Borsellino, ndr) per consegnarle la borsa del marito. Fu Lucia Borsellino ad accorgersi che mancava l’agenda rossa e a chiedere spiegazioni al dottor La Barbera, il quale chiuse il discorso dicendo che non c’era nessuna agenda rossa da restituire. A quel punto, infastidita da questo atteggiamento Lucia si allontanò dalla stanza sbattendo la porta e La Barbera disse alla signora Piraino che la ragazza aveva bisogno di supporto psicologico perché delirava”.

“La sparizione dell’agenda rossa, se sparizione c’è stata, non fu di interesse di Cosa Nostra ma da collegare a interessi estranei“, ha sostenuto il pm. Che si è poi soffermato sulle rivelazioni fatte da Borsellino alla moglie durante l’ultimo “frenetico periodo di vita”: “La signora Agnese – ha detto – ricordò che suo marito le disse testualmente che c’era un colloquio tra la mafia e parti infedeli dello Stato e che c’era contiguità tra mafia e pezzi dello Stato interessati alla sua eliminazione. Borsellino, sempre secondo quanto ha raccontato la moglie, in quel periodo chiudeva sempre le serrande di casa temendo di essere visto da Castel Utveggio. che in quel momento era il simbolo della presenza di apparati deviati dello Stato. E ancora la signora Agnese dichiarò che durante una passeggiata Paolo Borsellino le disse che non sarebbe stata la mafia ad ucciderlo, ma gli stessi colleghi e altri che avrebbero permesso che si potesse addivenire alla sua eliminazione”. Il processo è stato rinviato a martedì prossimo quando prenderanno la parola i difensori di parte civile.

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