L’idea dei dirigenti scolastici del Lazio di mettere uno stop alle chat tra scuola e genitori non piace al ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi e nemmeno ad altri colleghi capi d’istituto. Dopo il lancio dell’iniziativa da parte dell’Associazione nazionale presidi il numero uno di viale Trastevere boccia la proposta partita da Mario Rusconi e Cristina Costarelli. Il professore ferrarese dalle pagine de Il Messaggero di domenica in una lunga intervista spiega: “Sono fiducioso che le nostre scuole e i nostri insegnanti sapranno trovare le giuste forme di comunicazione con le famiglie e con i ragazzi. Credo che più che mettere limiti serva dialogo, coinvolgimento e partecipazione delle famiglie nella vita delle comunità scolastiche. E la tecnologia non può essere esclusa da questo processo. Con i giusti modi e linguaggi”.

Il ministro non ha dubbi: dopo la pandemia, che ha visto gli strumenti digitali servire anche nella scuola per agevolare le comunicazioni tra genitori e professori o tra docenti e alunni, non serve fare un passo indietro ma semmai migliorare, appellarsi alla coscienza e etica di ciascuno. I presidi (almeno quelli del Lazio sostenuti anche dal loro numero uno nazionale Antonello Giannelli) chiedono di più: “Le chat di classe devo essere usate solo per le emergenze. Altrimenti stravolgono completamente il rapporto che ci deve essere con le famiglie. Non vogliamo abolirle ma regolamentarle”, ha spiegato Mario Rusconi al fattoquotidiano.it. Il presidente dell’Anp della capitale vuole mettere un freno all’uso dei social nel rapporto tra l’istituzione scuola e le famiglie: “Non ci devono più essere mamme o papà che scrivono alle undici di sera all’insegnante per sapere che quaderno portare il giorno dopo”.

I dirigenti che hanno proposto questa iniziativa sono al lavoro per metter mano al codice deontologico che già esiste da vent’anni ma non poteva contemplare questo aspetto legato al digitale. Una posizione, quella di Rusconi, per nulla condivisa da alcuni colleghi. Tra questi c’è Laura Biancato, nominata “miglior dirigente scolastico 2021”, a capo dell’istituto Einaudi di Bassano del Grappa: “C’è, di fondo, una buona intenzione. C’è il desiderio di riportare i rapporti professionali e scolastici in una giusta dimensione e in una giusta tempistica. È la strada scelta, che fa sorridere. Possiamo, se è questo il vero spirito di chi ha formulato la proposta, aprire una riflessione ampia sia all’interno della scuola che con studenti e famiglie sui tempi e i modi di gestire le comunicazioni. Possiamo chiarire che i presidi e i docenti sono normali lavoratori, e che come tali rispondono negli orari di servizio. Noi ormai riceviamo giorno e notte, festivi compresi, richieste con pretese di risposta immediata da chi gravita intorno alla scuola. E, diciamolo, noi stessi usiamo chat professionali che non si fermano mai. A questo bisognerebbe porre un freno. Su questo dovremmo condividere alcuni principi e trovare degli accordi interni, da divulgare con chiarezza anche all’esterno”.

Ancora più duro e sarcastico Alfonso D’Ambrosio, dirigente dell’Istituto comprensivo di Lozzo Atestino, Cinto Euganeo e Vo’: “Il mio numero di telefono è noto a tutti. Scrivo su WhatsApp con docenti e con genitori della scuola che dirigo. È un segnale di presenza. Non ha senso un regolamento che vieti di chattare con docenti o genitori (cosa diversa è con studenti e se minorenni). I social sono strumenti e se ben utilizzati possono facilitare le comunicazioni informali e persino creare comunità”. Il preside veneto è tagliente: “Esiste il buon senso. Questa cosa di vietare un social per chattare e poi di gridarlo andando sui social o in TV a me fa ridere”.

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