di Sofia Basso*

Le bombe sull’Ucraina hanno accelerato la corsa al riarmo in tutta Europa, Italia compresa. Già il 16 marzo, la Camera dei deputati ha impegnato il governo ad “avviare l’incremento delle spese per la Difesa verso il traguardo del 2 per cento del Pil”. Un ordine del giorno approvato con 391 voti favorevoli, 19 contrari e 7 astenuti. Adesso il dibattito si è spostato al Senato, e questa volta si sono messi di traverso anche i Cinquestelle e LeU: “L’aumento della spesa militare ora è improvvido, al momento le priorità sono altre”, dice da giorni Giuseppe Conte.

Nel frattempo sono usciti i dati: raggiungere l’obiettivo indicato dalla Nato, per l’Italia significherebbe spendere ogni anno circa 12 miliardi di euro in più, con un aumento di quasi il 50 per cento rispetto al bilancio attuale. Un’enormità: tutte risorse che potrebbero, invece, essere utilizzate per migliorare le condizioni di vita delle persone o per accelerare la transizione verde. Non a caso, i sondaggi indicano che la maggioranza degli italiani è contraria a questo ennesimo aumento.

Ma il premier Draghi pare inamovibile: “Il governo intende rispettare e ribadire con decisione gli impegni Nato sull’aumento delle spese militari al 2% del Pil”. Eppure, la Ue investe già il triplo della Russia per la difesa, in un contesto in cui diversi studi segnalano gli sprechi della spesa per le armi dei Paesi membri, tra inefficienze e duplicazioni di costi. Considerando la spesa bellica dei Paesi Nato, lo iato è ancora più grande: 18 volte quella di Putin.

Roma e Bruxelles, però, tirano dritto: nel vertice del 24 e 25 marzo, il Consiglio europeo ha approvato la Bussola strategica, un piano per potenziare la difesa europea, aumentando ulteriormente il budget militare, con fondi soprattutto per l’industria bellica.

L’indicazione Nato, infatti, è di destinare almeno il 20 per cento della spesa militare nell’investimento in sistemi d’arma, e l’Italia negli ultimi anni ha accelerato proprio su questo fronte, con un balzo dell’85 per cento dal 2019 a oggi. Con una spesa molto più limitata, il nostro Paese potrebbe invece mettersi in regola con un altro impegno internazionale, indicato nientemeno che dalle Nazioni Unite: lo 0,7 per cento del Reddito nazionale lordo per l’aiuto pubblico allo sviluppo. Una scelta, questa sì, che contribuirebbe alla pace mondiale e alla risoluzione delle crisi sociali e ambientali.

Se alla Camera l’ordine del giorno sull’aumento delle spese militari era stato presentato dalla Lega – e firmato anche da esponenti di Pd, Fi, Iv, M5S e FdI -, al Senato è stato depositato da Fratelli d’Italia. Nella versione di Palazzo Madama si segnala che “l’Italia spende attualmente per gli armamenti l’1,4 per cento del PIL, ponendosi al 102° posto nella classifica mondiale” e si impegna il governo “a dare seguito all’ordine del giorno approvato a maggioranza alla Camera dei Deputati lo scorso 16 marzo”. Il testo di Montecitorio faceva riferimento a un “sentiero di aumento stabile nel tempo, che garantisca al Paese una capacità di deterrenza e protezione, a tutela degli interessi nazionali, anche dal punto di vista” – udite, udite – “della sicurezza degli approvvigionamenti energetici”.

Non si chiede, insomma, solo un aumento stratosferico delle spese militari, ma anche di tutelare con le armi gli approvvigionamenti di quelle fonti fossili che il Paese deve dismettere velocemente, se vuole centrare gli obiettivi del Green Deal europeo e svincolarsi da una pericolosa dipendenza energetica.

*Unità investigativa Greenpeace

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