The war on Christmas, la Guerra del Natale, è cosa di vecchia data. Vecchia, per molti aspetti, quanto la Storia degli Stati Uniti d’America, considerato che i primi a dichiararla – convinti com’erano ch’ogni celebrazione della Natività di Cristo fosse in contrasto col dettato della Bibbia – furono proprio quei pellegrini puritani che, all’alba del diciassettesimo secolo, sbarcarono dal Mayflower lungo le coste di quello che sarebbe poi diventato il Massachussetts. Sensibile alle loro richieste, nel 1642, re Carlo I abolì per real decreto qualsivoglia celebrazione che, in prossimità del 25 dicembre, non fosse in forma di pura meditazione e preghiera. E solo alla fine del secolo, con la ri-legalizzazione della baldoria natalizia, s’arrivò, per così dire, a un armistizio.

Silente per oltre tre secoli, ma sempre attivo sotto le ceneri d’un rapido espandersi delle valenze laico-commercial-festaiole delle celebrazioni, il conflitto è tuttavia prepotentemente riemerso attorno all’anno 2010, grazie soprattutto all’ardire d’un prode condottiero che – ipse dixit – venne, nella sua lotta, direttamente ispirato dallo Spirito Santo. Il suo nome era Bill O’Reilly, ai tempi forse il più ascoltato e furente predicatore di Fox News, la mediatica creatura di Rupert Murdoch che, già in quegli anni, era la rete guida e la cassa di risonanza della destra Usa. Bersaglio degli strali di O’Reilly, conduttore d’una quotidiana colonna televisiva dall’inequivocabile titolo: “Christmas under siege”, Natale sotto assedio, erano due concatenate parole – “Happy Holidays”, buone feste – che, nella loro molto familiare ed apparente innocenza, in realtà rivelavano, contrapponendosi al classico “Merry Christmas”, buon Natale, il satanico complotto col quale le elite “liberal”, puntavano a decristianizzare la più cristiana delle feste.

Questa guerra si è conclusa – e conclusa con un completo trionfo di “the good guys”, dei buoni, come solennemente ebbe a dichiarare lo stesso Bill O’ Reillynel novembre del 2016, quando, vincendo inaspettatamente le presidenziali, Donald Trump ha finalmente restituito a Gesù di Nazareth la sua usurpata festa di compleanno. Non per questo, tuttavia, la destra Usa ha deciso di deporre le armi. Anzi, proprio per questo le armi ha – ed in senso tutt’altro che metaforico – ancor più entusiasticamente impugnato.

Vinta la guerra “del” Natale, infatti, la destra Usa (oggi notoriamente ridottasi, rattrappitasi verrebbe da dire, nel partito del “culto di Trump”) sembra aver deciso di portare, a riprova della vittoria, la guerra “nel” Natale. Come? Addobbando queste festività finalmente “ricristianizzate” con quelle che d’ogni guerra sono, da sempre, il più ovvio simbolo. Per l’appunto: le armi. Armi pesanti, armi letali. Armi per tutti e, in particolare, per quelli che delle celebrazioni natalizie sono da sempre i primi destinatari: i bambini.

Per avere una chiara idea di questa bellica trasfigurazione, assai utile è dare un’occhiata alle christmas Cards che, in questi giorni di vigilia, vanno distribuendo, via Twitter, due eminenti congressisti repubblicani: Thomas Massie, rappresentante del Kentucky, e Lauren Boebert, rappresentante del Colorado. In entrambi casi, le foto allegate (clicca qui e qui per vederle) ritraggono, sullo sfondo d’un albero di Natale riccamente addobbato, l’intera famiglia dei due onorevoli membri della Camera. Tutti – padri, madri e figli – sorridono felici. E tutti ostentando una molto cristiana letizia imbracciano armi da guerra. Nel caso di Massie (che, da buon capofamiglia, regge una specie di cannone), gli auguri sono accompagnati da una simpatica richiesta a Babbo Natale: “please Santa, bring ammo”, per favore Santa, portaci munizioni”.

Dovessi tuttavia scegliere, tra le due cartoline, la più edificante e commovente, la più in sintonia con questo ri-cristianizzato Natale, senza esitazioni additerei quella di Lauren Boebert. E questo per una semplice e molto natalizia ragione: i figli in armi della congressista sono tutti chiaramente minorenni. Bambini, per l’appunto. Bambini con armi che finalmente – messa da parte la melassa delle vecchie “lettere al Bambin Gesù” – chiedono in regalo quel che necessitano per usarle: pallottole. E non solo. A rendere ancor più chiaro, anzi, più luminoso e tenero il messaggio c’è, in questo caso, il suo “timing”, una coincidenza di cronaca che a quegli auguri dà, a tutti gli effetti, un senso compiuto. Solo qualche giorno prima, infatti, nella Oxford High School di Oakland, in Michigan, un ragazzo di 15 anni aveva fatto strage dei suoi compagni, usando un arma che, proprio come regalo di Natale, gli era stata consegnata dai genitori…

Qualcuno si chiederà, a questo punto, quanta parte della destra Usa rappresentino Massie e Boebert. Ed è ancora una volta la cronaca politica a fornire una risposta. Appena qualche giorno fa, un altro congressista repubblicano, Paul Gosar, rappresentante dell’Arizona, aveva diffuso, sempre via social, una raffigurazione “anime” di se stesso intento ad assassinare Alexandra Ocasio-Cortez, deputata democratica. Un allegro messaggio, questo, al quale la stessa Boebert aveva fatto immediata eco in un video diffuso su Twitter, accusando Ilhan Omar, altra deputata democratica, d’essere una terrorista islamica (“meglio non salire in ascensore con lei se sulle spalle porta uno zaino”).

Il giorno dopo, in tutta fretta si riunì la direzione del Partito Repubblicano. Per deplorare i tweet di Gosar e Boebert? No, per censurare, con parole di fuoco, insieme a Boebert e Gosar, il comportamento dei 13 repubblicani che avevano votato a favore della legge sulle infrastrutture proposta dai democratici.

Gosar, Boebert, Massie sono, oggi, all’ombra di Trump, il Partito Repubblicano: un movimento antidemocratico, violento ed armato. Ed i loro auguri natalizi non sono, a conti fatti, che uno sguardo sul futuro d’America. Quinto: uccidi. Spara e ricarica. Spara ancora. E poi chiedi Babbo Natale nuove munizioni…

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