Lo snodo del Quirinale ha aperto il vaso di Pandora e sta mettendo a nudo lo stato comatoso dei partiti e la fragilità di un assetto istituzionale sempre più logorato dalla inadeguatezza della politica e dal progressivo restringimento del perimetro democratico di cui i dati dell’astensione sono un puntuale “barometro”.

Quello che quotidianamente emerge e che, temo, sarà destinato ad amplificarsi con l’approssimarsi dell’elezione è l’allungarsi di una lista di nomi, sempre più indigesta, che include un super impresentabile come B. che “deve essere risarcito” per “la persecuzione giudiziaria a vita” e che soprattutto ha il merito di “non temere i giudici”, due requisiti secondo Piero Sansonetti altamente qualificanti per il Colle.

A seguire in ordine di autorevolezza c’è il suo alter ego “presentabile” Gianni Letta forte di un invidiabile indice di apprezzamento bipartisan, celebrato a suo tempo anche da Veltroni con il riconoscimento quasi ovvio che “qualsiasi presidente del Consiglio l’avrebbe voluto nella sua compagine di governo”.

Dopo Letta zio, sempre in pole position, viene un navigatore di perenne corso, costantemente “pronto a ritirarsi”, motore immobile di mille passaggi dalla Dc ad “indipendente” nella liste del Pd, dopo gli anni ruggenti nel Polo delle Libertà alla corte di B., ed infiniti trasformismi nel succedersi delle svariate “repubbliche”: Pier Ferdinando Casini. Un aspirante apparentemente molto defilato ed infinitamente discreto, quintessenza della democristianità senza tempo e dell’immobilismo sotto il rutilante cambio di casacche, non a caso prima scelta di Matteo Renzi suo convinto sponsor, dotato di scarse truppe ufficiali ma sempre in grado di controllare una discreta parte di quelle piddine. E l’adagio che ama ripetere Pierfurby per rimarcare la sua totale distanza da chi si affanna ad autocardidarsi è semplice: “Presidenti della Repubblica si diventa, non ci si candida”.

Un concetto un po’ sibillino ma essenziale condiviso anche da un altro “eterno ritorno” nella quasi immutabile schiera dei “quirinabili” da circa un trentennio: Sabino Cassese. La “riserva della repubblica” per eccellenza, tanto più da quando si è segnalato come fustigatore permanente di Giuseppe Conte, per “l’uso autoritario” dei dpcm, e dei magistrati critici con la Cartabia , dopo aver negato per ragioni anagrafiche di aspirare al Colle ha precisato per la gioia dei conduttori di In Onda che “le cariche pubbliche non si sollecitano e non si rifiutano”.

Dunque non si espone, e ci mancherebbe, alla sua età, con un presenzialismo mediatico inusuale per fortuna tra gli ex giudici costituzionali e con una “frequentazione quirinalizia” non comune derivata anche dalla felice circostanza di aver avuto come brillanti allievi il figlio di Giorgio Napolitano ed il figlio dell’attuale Presidente. E probabilmente vorrebbe evitare il rischio di una delusione analoga a quella del 2013, quando ritenuto una possibile via d’uscita dallo stallo da cui partorì il Napolitano-bis veniva indicato come “la carta segreta di Bersani” e ancora non aveva dato “il meglio di sé” sul fronte del garantismo ammazza-sentenze e dell’ avversione all’autonomia della magistratura.

Ma, data la situazione, fra i “quirinabili” più evocati non poteva mancare il più evergreen di tutti, la sintesi perfetta tra politico e tecnico, il protagonista low-profile passato indenne dalla prima repubblica in cui condivideva le responsabilità politiche con Bettino Craxi alla terza, la testa d’uovo ideale per ogni carica. Lo statista per tutte le stagioni che ha ufficialmente chiuso per due volte con la politica ma continua sempre a piacere al PD come a B., non immemore del suo provvidenziale decreto salva-Mediaset. Ebbene anche Giuliano Amato, dopo 40 anni di discreta onnipresenza tra cariche pubbliche e consulenze più o meno prestigiose, è tuttora vicepresidente della Corte Costituzionale, ora che i parlamentari hanno come obiettivo primario la permanenza nell’emiciclo e fino a prova contraria sembrano disposti a qualsiasi soluzione pur di allontanare il voto, ha motivo di sperare; tanto più che ritiene di dover essere risarcito delle delusioni del 2013 e del 2015 quando gli furono preferiti Napolitano (al suo secondo giro) e poi Mattarella.

E dato ancora più sconcertante, oggi a sbarrargli la strada non ci sarebbe più il M5S o almeno la componente che fa capo a Di Maio se è vero, come riportato da più fonti, che il ministro degli Esteri sarebbe talmente impaurito dal rischio del voto anticipato qualora Draghi traslocasse al Quirinale, da auspicare da subito un’ampia convergenza su Giuliano Amato.

Questo è il contesto dell’uscita improvvida, costituzionalmente sgrammatica, e dunque censurabile come ha opportunamente rilevato Conte, con cui Giorgetti avrà voluto ingraziarsi (ulteriormente) Draghi e magari tentare di liberare una casella per sé, quando nell’intervista a Vespa ha prefigurato non solo che Draghi vada al Quirinale ma che di lì “Draghi potrebbe guidare il convoglio, sarebbe un presidente della Repubblica che allarga le sue funzioni approfittando di una politica debole”.

Un’ipotesi questa decisamente poco auspicabile, anche se forse non configura propriamente un attentato alla Costituzione ma “solo” una declinazione peggiorativa della cosiddetta “espansione” dei poteri largamente praticata da qualche decennio da vari presidenti della Repubblica. E non si vede perché, al di là dei desiderata di Giorgetti che non è propriamente un fine esegeta della carta Costituzionale, Mario Draghi al Colle dovrebbe “allargarsi” più di quanto è avvenuto in precedenza, senza peraltro che si registrassero reazioni particolarmente indignate.

Tenuto conto anche della dichiarata indisponibilità di Mattarella ad un secondo mandato e alla obiettiva inopportunità di un altro bis per il Quirinale, l’ipotesi di Draghi al Colle e dell’attuale ministro dell’economia Daniele Franco al governo fino alla naturale scadenza della legislatura è la meno sconquassante sotto il profilo istituzionale e persino la meno “indigeribile” politicamente. Certo, non è esaltante. Ma bisogna tener conto delle condizioni date: impossibilità oggettiva di andare a votare prima del 2023 nonché sostanziale ingovernabilità di un Parlamento dove il gruppo misto si è ingigantito, i partiti sono dilaniati da lotte intestine e più di un terzo degli attuali eletti ha la certezza di non essere rieletto.

Se prevalesse la strategia Draghi al Quirinale e Franco premier che viene data come condivisa da Giuseppe Conte e Goffredo Bettini (la Stampa) si otterrebbe il non piccolo risultato (in questi very hard times) di scongiurare l’incubo di B., controfigure o succedanei come prima carica dello Stato e la riproposizione della “formula Mario” anche dopo il 2023 che ha molti ed influenti fans e supporters.

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