“In questa casa lo scuorno (la vergogna ndr) non sappiamo cos’è”. Benvenuti a Palazzo Scarpetta, dimora sontuosa di fine ottocento del re della risata e del teatro popolare napoletano, Eduardo Scarpetta (interpretato da Toni Servillo), arredata e ristrutturata in grande stile grazie ai guadagni di una carriera popolare, dall’invenzione del personaggio Felice Sciosciammocca (quando appare in scena viene giù il teatro), e autore, tra gli altri testi, di Miseria e Nobiltà (ricordate gli spaghetti mangiati con le mani sul tavolo da Totò?).

È lì che l’uomo vive con una moglie, due amanti, sei figli (uno adottato semiufficialmente; tre – Eduardo, Peppino e Titina – mai riconosciuti), attori/amici della sua compagnia teatrale, cuochi e servitù. Bisogna partire da questo quadro casalingo barocco, allegro e pulsante, per capire quale diavolo di prodigioso e coinvolgente gioiello è Qui rido io, il nuovo film di Mario Martone in Concorso a Venezia 78. Scavo storico-teatrale di commedia dell’umano, divertito e divertente, volteggiante e brioso, il mondo di Scarpetta è pressoché tutto in interni, dalla scena/palco teatrale pullulante attori, tecnici e parenti come fosse un doppio/specchio della scena familiare in casa (e viceversa, basta guardare il cuoco che sbuca da una finestrella alle spalle di Servillo in sala da pranzo), alla vertigine drammaturgica prima comica e nella seconda parte del film drammatica che sfonda le quinte (Eduardo bambino che guarda il padre recitare/Eduardo che ricopia le commedie paterne e ne scrive di nuove) della finzione creativa.

Carsica relazione padre-figli, questi ultimi forzatamente al plurale, che sobbolle ma non deflagra mai realmente, per mostrare senza sguardo moralista l’harem scarpettiano e questa sorta di cartina tornasole del tempo che passa, della celebrità che sfuma (apparentemente), dell’arte che si trasforma (sul serio). Martone opta per una prima mezz’ora di teatro scarpettiano senza soluzione di continuità (i primi cinque/dieci minuti sul palco fanno un baffo ai piani sequenza di Iñarritu in Birdman). Un’abbuffata fantasmagorica di Sciosciammocca, di verace, autentica, spontanea comicità napoletana, ad altezza materiale: i soldi, la fame, la miseria, la risata dissacrante in scena. Perfino lo scrittore/attivista Gorky era passato da Napoli e dopo aver affollato, nonché riso fino alle lacrime, in un teatro da tutto esaurito con Scarpetta in scena aveva detto che il drammaturgo partenopeo “conosce la sofferenza”.

Il segreto di un re del botteghino di fine ottocento sta lì: coniugare con semplicità (non leggerezza) e il sorriso i temi più impellenti della quotidiana ed universale umanità. Appena il quadro cinematografico è ben comprensibile, appena Scarpetta si installa in casa, accudisce l’amata amante Lucia (Cristiana Dall’Anna, splendida) – madre di Eduardo/Titina/Peppino – ecco che subito entra in scena l’imprevisto, l’ostacolo, la tegola che penzolerà sulla testa di Scarpetta fino all’ultima sequenza (il film dura maestosamente due ore e tredici) con la macchina da presa che carrella in uscita come forse mai aveva fatto in tutto il film. Siamo nel 1904, Scarpetta è a Roma e assiste alla rappresentazione de La figlia di Iorio di Gabriele D’Annunzio. Per quel che gli dice il suo intuito umoristico, per il suo essere drammaturgo popolare, quell’opera va parodiata. Scarpetta incontra il Vate a casa sua, tra muse gotico lugubri e maggiordomo giapponese, strappa un benvoluto sì dal poeta abruzzese, ma poi la sera della prima della parodia il teatro insorge fomentato da giovani drammaturghi dannunziani (tra cui Libero Bovio) che vogliono un teatro d’arte, senza risate, che parli del popolo. Scarpetta è costretto a far calare il sipario. Il Vate querela, vuole i diritti d’autore. Così inizia un lungo estenuante processo che vedrà spegnersi artisticamente Scarpetta, Benedetto Croce a difenderlo (e per farlo ad offenderlo pure un poco), ma che vincerà la disputa legalmente sciogliendo tutti in una ultima clamorosa collettiva risata.

Martone, assieme alla moglie Ippolita di Majo allo script, riesce nell’incredibile miracolo di strofinare l’annoso quesito morale sull’essenza dell’arte popolare senza emettere sentenze (ma dando l’idea del con chi stare); di scuotere quella traiettoria genitore ondivago (per Eduardo/Titina e Peppino è “lo zio”) e figli ansiosi di riconoscibilità (tutto il bordone narrativo sul piccolo Peppino mai amato realmente è un contraltare emotivo non da poco) senza scivolare mai nel registro del melodramma. La forza propulsiva dell’intero film è la carica esplosiva della risata scarpettiana, quasi fosse un mantra risolutivo in pubblico, nonostante il declino professionale, come in privato, nonostante il defilarsi ufficiale paterno verso molta prole. Tra cui quell’Eduardo, suo erede futuro, omaggiato in tre pannelli fotografici finali da lucciconi agli occhi. Servillo imparruccato di marrone un po’ alla Berlusconi offre una prestazione a tuttotondo, istrionica, finanche severa, ma mai eccessiva, come da tempo mancava al suo carnet. Con una coda inquietante sull’oggi. Scarpetta, presunto colpevole di aver offeso un potente dell’epoca, si difende con un ultimo monologo in tribunale: ma come non si può deridere i potenti? Chissà che fine farebbe uno Scarpetta oggi in mezzo a parole d’ordine politicamente corrette e conformismo assortito. Non bella, sicuro.

Una curiosità: nel film il personaggio dell’unico figlio nato da una relazione riconosciuta di Eduardo Scarpetta, Vincenzo, è interpretato da… Eduardo Scarpetta. Il 27enne, interprete de L’amica geniale e Carosone in tv, ha come trisnonno proprio il vero Eduardo Scarpetta”

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