“Il governo Draghi finora è stato assente, non ha fatto letteralmente nulla per noi”. Daniele Barbuto è uno dei 400 operai della ex Embraco di Riva di Chieri che dal gennaio 2018 sono rimasti senza lavoro. “Questi tre anni sono stati una discesa all’inferno”, racconta mentre guarda la tenda che insieme ad alcuni suoi colleghi ha montato di fronte alla Prefettura di Torino. Da quando l’azienda del gruppo Whirlpool ha spostato la produzione all’estero si sono succeduti tre governi, ma “siamo ancora al punto di partenza” come spiega un altro dei lavoratori Gianni Antonazzo. In quella fabbrica ha conosciuto sua moglie Tiziana e adesso condividono la difficoltà di crescere due bambine con i 700 euro della cassa integrazione.

Non sono i soli a vivere questa difficoltà. C’è chi ha dovuto bloccare il mutuo per la casa, chi ha dovuto chiedere ai propri genitori e chi fa la fila per un pasto alla Caritas. Ma non hanno mai smesso di lottare. A partire dal gennaio 2018 quando l’azienda aveva comunicato dall’oggi al domani la chiusura dello stabilimento.

Poi è arrivata l’illusione del processo di reindustrializzazione con la Ventures, avallato da Invitalia e dall’ex ministro Carlo Calenda e naufragato mentre al Mise c’era Luigi Di Maio. “Passavamo i giorni in fabbrica a dare il bianco alle pareti o a montare e smontare biciclette, ma le linee per la nuova produzione non sono mai arrivate” ricordano i lavoratori.

L’ultimo progetto è quello di Italcomp. Un piano da 50 milioni di euro per rilanciare il sito produttivo che dovrebbe coinvolgere i 400 lavoratori dell’ex-Embraco e i 300 della Acc di Belluno. “Sono due mesi che il governo Draghi si è insediato – tuona Ugo Bolognesi, sindacalista della Fiom-Cgil torinese – ma il ministero dello Sviluppo Economico non ha ancora convocato il tavolo industriale”.

Il ministro Giancarlo Giorgetti incontra il 15 aprile il presidente del Piemonte Alberto Cirio, ma i sindacati insieme ai lavoratori chiedono di “passare dalle parole ai fatti. Il progetto Italcomp esiste e va realizzato”. Il tempo stringe. Se nulla cambia, il 25 aprile scatterà il licenziamento collettivo e il 22 luglio scadrà la casa integrazione. “Il primo articolo della Costituzione dice che l’Italia è fondata sul lavoro – conclude Tiziana, un’altra lavoratrice – che ce lo facciano vedere”.

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