La Pubblica Amministrazione non si modernizza senza un contratto all’altezza
C’è un problema di metodo che percorre la trattativa per il rinnovo del Contratto nazionale (CCNL) delle Funzioni Centrali 2025-2027. Non è la mancanza di volontà di chiudere: l’obiettivo di arrivare a una sottoscrizione in tempi certi è condiviso da tutti i soggetti al tavolo. Il problema è la tendenza a trattare il contratto come un documento tecnico da aggiornare, piuttosto che come uno strumento di indirizzo per la pubblica amministrazione.
L’incontro del 6 maggio all’ARAN (Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni) ha confermato questa impressione. La nuova bozza contiene alcune novità apprezzabili — l’estensione dei permessi per le visite al medico di base, una maggiore chiarezza sui congedi parentali, l’inclusione del pendolarismo tra i criteri per la flessibilità oraria — ma continua a rinviare le questioni strutturali.
Il nodo dell’ordinamento professionale ne è l’esempio più chiaro. L’area delle Elevate Professionalità esiste nel contratto precedente ma non è ancora realmente operativa. L’area dei funzionari — la più ampia per numero di dipendenti contrattualizzati — è disciplinata da una declaratoria unica che non distingue chi ha sviluppato competenze specialistiche da chi svolge mansioni di base. È un appiattimento che scoraggia la professionalizzazione e che rende difficile per le amministrazioni trattenere chi vale. Non è un problema marginale: è uno degli ostacoli più concreti alla qualità dei servizi pubblici.
La FLP ha proposto un sistema di incarichi di funzione e professionale, già sperimentato nel CCNL del comparto Sanità, che consente di valorizzare le competenze, di base o specialistiche, tecniche o trasversali, con funzioni di processo e responsabilità di risultato. Un’architettura che integrerebbe le Posizioni Organizzative e le Indennità di specifiche responsabilità già previste, senza stravolgere l’impianto contrattuale esistente. Dall’Aran, su questo, ancora silenzio.
Il lavoro agile è un altro terreno in cui il contratto può fare la differenza. Negli anni del Covid la modalità agile ha dimostrato di essere compatibile con la piena operatività della maggior parte delle funzioni pubbliche. Eppure il contratto vincola ancora la sua applicazione alla prevalenza della presenza in sede, lasciando alle singole amministrazioni ampio margine per limitarne l’uso. Superare questo vincolo, e potenziare la contrattazione integrativa su questo punto, non è una concessione ideologica ai lavoratori: è una scelta organizzativa che produce risultati. Come lo è definire il diritto alla disconnessione, che non riguarda solo chi lavora da remoto ma qualunque dipendente raggiunto da messaggi e comunicazioni al di fuori dell’orario di lavoro.
Sulla formazione, infine, la posta in gioco è alta. Trasformarla da voce di bilancio a diritto esigibile, con sistemi di certificazione delle competenze che abilitino percorsi di carriera misurabili, è la condizione minima per dare senso a qualunque discorso su digitalizzazione e intelligenza artificiale nella PA. Non si può chiedere ai lavoratori di adattarsi a processi nuovi se non si investe nella loro capacità di farlo.
Sui buoni pasto la proposta Aran di demandare gli eventuali incrementi alla contrattazione decentrata rischia di accentuare differenze già esistenti tra amministrazioni. Per la FLP il buono pasto è uno strumento di tutela del potere d’acquisto e deve operare in modo uniforme per tutto il comparto: la sua gestione non può essere lasciata alle disparità di capacità negoziale tra enti.
I prossimi incontri sono calendarizzati per il 3 e il 9 giugno. C’è ancora spazio per cambiare il passo, ma richiede che l’Aran esca dall’approccio interlocutorio e arrivi al tavolo con posizioni concrete sulle questioni che contano. Un contratto di lavoro non si valuta dall’elenco degli articoli toccati, ma da ciò che cambia nella vita delle persone e nella capacità delle amministrazioni di funzionare. Questa trattativa può ancora essere all’altezza di quel criterio.