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Gli operai sono scomparsi e con loro la democrazia. Perché l’Usb fa bene a tornare in piazza

Ho vissuto un’epoca in cui essere operaio era il punto di partenza del riscatto sociale. Oggi siamo in una terra di nessuno. Il 23 maggio manifestazione USB a Roma
Gli operai sono scomparsi e con loro la democrazia. Perché l’Usb fa bene a tornare in piazza
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Il paradosso negativo di una Repubblica che si dichiara fondata sul lavoro, è che gli operai siano scomparsi dallo scenario politico e sociale.
Tutto questo non viene da oggi, è dagli anni ottanta del secolo scorso che la classe operaia in Italia è stata relegata ai margini del sistema. Chi in quegli anni affermava che la campagna ideologica per la supremazia dell’impresa e del mercato serviva a distruggere il salario, i diritti e la stessa dignità sociale degli operai, veniva tacciato dal sistema politico e mediatico e dagli stessi gruppi dirigenti di Cgil Cisl Uil di vivere nel passato. Il futuro di allora è la realtà di oggi: ingiustizia sociale, oppressione e sfruttamento.

Ho vissuto un’epoca in cui essere operaio era il punto di partenza del riscatto sociale. Oggi gli operai vivono in una terra di nessuno dove può succedere di tutto, senza che il sistema dominante faccia nulla. Solo in tre casi di operai si parla ancora.

Il primo sono gli omicidi sul lavoro, diventati una tragica normalità. Tutto un sistema di profitto imprenditoriale si basa sul mancato rispetto delle condizioni di sicurezza sul lavoro. E se poi qualche azienda deve fermarsi perché ci sono vittime, le altre possono continuare a fare quello che fanno.

Il secondo caso nel quale si parla di operai è quando sono licenziati. Oggi c’e l’Electrolux, che dimezza i suoi dipendenti d’Italia con la motivazione sfacciata che così farà più profitti. È la “delocalizzazione” delle imprese, che ha colpito il sistema industriale italiano senza che la politica fosse in grado fare nulla. Le multinazionali sono come le cavallette, vanno dove si può predare, consumano tutto e poi si spostano altrove. Contro questo saccheggio tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi decenni hanno opposto solo chiacchiere e imbrogli.

Alla chiusura delle fabbriche sono seguiti i cosiddetti piani di reindustrializzazione, nessuno dei quali ha mai funzionato. Lo possono raccontare i lavoratori della GKN, della Embraco, della Beko, di tante fabbriche di cui la politica ha tanto parlato, senza produrre niente. Da quando in Italia è stata distrutta e svenduta l’industria pubblica, pensiamo all’Ilva di Taranto che era un gioiello e che oggi è all’asta al massimo ribasso, da quando si è permesso alle multinazionali, non solo a quelle estere ma anche a quelle italiane come la Fiat, di chiudere per guadagnare; da quando il sistema industriale italiano è stato abbandonato dalla politica alla globalizzazione, gli operai sono rimasti soli.

Il terzo caso in cui si parla di operai è nelle analisi politico sociologiche, che scoprono che la classe operaia non si senta più rappresentata da nessuno e che in gran parte non vada più a votare, salvo chi decida di farlo per vendetta o rancore.

La soppressione della centralità politica della classe operaia coincide con la crisi della democrazia. Gli operai vanno in televisione quando sono davanti ai cancelli della loro fabbrica che chiude. Però se le telecamere si presentano di fronte ad un’azienda dove si lavora, c’è il fuggi fuggi. Nei luoghi di lavoro dominano il ricatto e la paura, le lavoratrici e i lavoratori non sono liberi di poter esprimere il proprio pensiero, di criticare l’azienda, di avanzare rivendicazioni. Le direzioni aziendali arrivano a spiare ciò che scrivono i loro dipendenti sui social: hai criticato l’azienda, sei un dipendente infedele, fuori!

Sconfitto il fascismo Giuseppe Di Vittorio aveva affermato che la Costituzione doveva entrare nelle fabbriche, altrimenti sarebbe stata lettera morta. Il jobsact e tutte le leggi che hanno distrutto lo Statuto dei Lavoratori, non hanno solo colpito il salario e i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, ma la loro e la nostra libertà.

Bene allora ha fatto l’Unione Sindacale di Base a convocare per sabato 23 maggio a Roma una manifestazione operaia nazionale. Le rivendicazioni sono molto semplici: un vero aumento dei salari, la sicurezza sul lavoro, la riduzione dell’orario, l’intervento pubblico per fermare il saccheggio dell’industria da parte delle multinazionali e dei loro complici. Ma queste rivendicazioni, che a parole tanti sostengono, resteranno solo buoni propositi se non tornerà in campo l’identità operaia.

Bisogna mettere in discussione decenni di politiche economiche liberiste, partendo proprio da chi le ha più subite. Oggi bisogna contrapporre gli interessi e l’identità della classe operaia all’economia di guerra e alla guerra. Ci vediamo il 23 maggio a Roma.

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