Una lunga fila di zaini appesi al muro della scuola. Vuoti, come i banchi dell’istituto elementare ‘Gino Capponi’ a Milano, e appesi a un filo, come il futuro della didattica in presenza. Dopo il passaggio della Lombardia in zona ‘arancione scuro’, il 5 marzo, sono state chiuse le scuole di ogni ordine e grado e anche i bambini delle elementari sono tornati in didattica a distanza. Per questo nella mattinata del 17 marzo, davanti all’istituto di via Pestalozzi, si è svolta la “mobilitazione degli zaini”. Su iniziativa del gruppo ‘Capponi Scuola Aperta’, genitori e bambini si sono riuniti dopo la fine delle lezioni in didattica a distanza per porre l’attenzione sulla chiusura delle scuole e le conseguenze della dad. “È uno strumento di emergenza e tale deve rimanere”, sottolinea il movimento.

“Non capiamo il perché di questa decisione, dai dati dei contagi sappiamo che la scuola è uno dei luoghi più sicuri – ha spiegato Emanuele Monfrini, uno dei papà del gruppo – Lasciare di nuovo a casa i bambini vuol dire sacrificare la loro educazione sociale”. Come raccontano i genitori, dalla riapertura di settembre sono state poche le classi messe in quarantena e sempre a causa di un contagio avvenuto all’esterno. L’obiettivo del movimento è diffondere l’importanza della scuola in presenza come luogo di istruzione e di apprendimento culturale, ma anche di socializzazione, democrazia e contrasto delle disuguaglianze. “Sarebbe bello che i bisogni educativi venissero finalmente messi al centro dell’agenda politica – ha affermato Umberto Biscaglia – non possiamo stare fermi a guardare un’intera generazione diventare cittadini ‘a distanza’”, conclude.

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Protesta sotto a Regione Lombardia, alunni ed insegnanti in presidio per la riapertura delle scuole. “I bambini hanno bisogno di socialità”

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