Domenica 22 febbraio 1981 a Palmi, una bella cittadina calabrese, ricca di storia e di cultura, bagnata da uno splendido mare, i sogni e le speranze di una giovane studentessa fiorentina, Rossella Casini, venivano soffocati dalla violenza brutale ed inaudita della ’ndrangheta. La sentenza di morte su quella giovane donna dai tratti delicati, che non passava mai inosservata per essere appunto “forestiera”, era stata pronunciata da un’altra donna. Una familiare del suo ragazzo, Francesco Frisina: “la straniera deve morire!”.

Rossella non sapeva neanche che esistesse la ‘ndrangheta, men che meno della faida che tra gli anni Settanta e Ottanta a Palmi mieteva decine di vittime tra le famiglie Gallico-Frisina e Parrello Condello. Lei conosceva in profondità solo l’amore verso Francesco, ecco perché quando il 4 luglio 1979 due killer uccisero Domenico, il papà di Francesco, per Rossella non fu semplicemente lo svelamento di un mondo che non immaginava neanche lontanamente potesse esistere, ma qualcosa di più: una discesa nell’abisso oscuro di quella parte di umanità calabrese, segnata indelebilmente da vendette, ritorsioni, sangue, droga, sequestri di persona, usura, racket.

Una cultura di sopraffazione e di violenza che a queste latitudini reca con sé un paradossale “codice” dove non trovano spazio sentimenti come l’amore, il perdono, la condivisione. Il legame di sangue ‘ndranghetista è caratterizzato dall’appartenenza, da ciò che “è mio”: la moglie, i figli, i beni; dalla supremazia di voler essere i più forti, temuti, rispettati; dall’omertoso silenzio sempre pronto a coprire qualsiasi forma di violenza e di delitto, da custodire fino alla tomba.

Un mondo distante anni luce da quello che Rossella viveva e sperimentava nella sua Firenze, circondata dalla bellezza di edifici, arte, monumenti e dagli affetti familiari. Cinque mesi dopo l’uccisone del suo futuro suocero, anche Francesco scampa per miracolo ad un conflitto a fuoco dove rimane ferito alla testa. La notizia le giunse mentre lei stava ritornando a Firenze. Decise di ritornare subito e lo convinse, una volta dimesso dagli Ospedali riuniti di Reggio, di farsi curare in una clinica specializzata fiorentina.

Il suo intento, oltre che la cura fisica, era soprattutto aiutarlo a guarire da quella malattia mortale, meglio nota come logica mafiosa. Francesco iniziò a parlare e Rossella si illuse. A un poliziotto, che la ragazza all’inizio presentò come un cugino, fece nomi e cognomi, raccontò di rapine, descrisse fatti di sangue di quella terribile faida che da tempo seminava morti per le strade di Palmi e confidò chi, dei suoi familiari, fosse coinvolto in quelle trame criminali. Tutto questo, ovviamente, non poteva essere tollerato.

Una volta rientrato in Calabria Francesco ritrattò tutte le sue dichiarazioni, ma Rossella ugualmente non si diede per vinta. Scese nuovamente in Calabria, tentò in tutti i modi di pacificare le due fazioni, mentre veniva pronunciata nel segreto delle stanze di morte la terribile e inoppugnabile sentenza di morte. Venne rapita, stuprata, uccisa, poi fatta a pezzi e gettata in pasto ai pesci nella tonnara di Palmi.

Rossella era straniera soprattutto perché eretica. Eresia in greco significa “scelta”. La giovane donna fiorentina aveva fatto la sua scelta: quella di stare dalla parte del bene, della giustizia, della libertà. Ha avuto il coraggio “dell’eresia dei fatti prima che delle parole”, della coerenza, della responsabilità. Ha scelto di ribellarsi al sonno delle coscienze, all’indifferenza dei benpensanti, a quell’atavico clima di rassegnazione che da sempre accompagna molti onesti cittadini. Lei, invece, “ha avuto il coraggio di avere più coraggio”.

All’eretica donna fiorentina abbiamo deciso di intitolare l’Università della Ricerca, della Memoria e dell’Impegno, nata su alcuni beni confiscati al clan Mancuso di Limbadi e il Presidio Libera di Palmi, perché la sua memoria diventi impegno quotidiano per tutti coloro che decideranno di abitare questa terra con il coraggio di Rossella. Per tutti coloro che sceglieranno di educare ed educarsi all’eresia della bellezza.

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