Una “precisa strategia di colonizzazione del tessuto economico produttivo” romano, al fine di “replicare i modelli” e “ampliare le opportunità di investimento a vantaggio dell’associazione mafiosa palermitana”, e quindi “di Cosa Nostra”. Un “radicamento degli interessi economici” avviato nella Capitale “sin dagli ultimi mesi del 2010”. C’erano Francesco Paolo Maniscalco e i fratelli Salvatore e Benedetto Rubino a capo del sodalizio che gestiva bar e pasticcerie nei rioni Trastevere e Testaccio di Roma. Undici persone, di cui 6 componenti della famiglia Rubino, sono state destinatarie di ordinanza di misure cautelari da parte dei carabinieri del Ros di Roma, guidati dal tenente colonnello Luigi Imperatori, le cui indagini sono state coordinate dai magistrati della Dda di Roma, il procuratore aggiunto Ilaria Calò e il pm Stefano Luciani. I reati contestati a vario titolo sono, oltre all’associazione a delinquere di stampo mafioso, anche l’attribuzione fittizia di beni e titolarità, bancarotta fraudolenta, riciclaggio e auto riciclaggio.

Maniscalco, Rubino e i collegamenti con Cosa Nostra – Gran parte dell’inchiesta ruota attorno alla figura di Maniscalco e alle scatole cinesi delle società a lui riconducibili. Come ricostruiscono gli investigatori, Maniscalco, 58 anni, è il figlio di Salvatore, detto “Totuccio”, morto nel 2004, “uomo d’onore” della “famiglia mafiosa di Corso dei Mille” nonché fra i principali imputati del maxi-processo a Cosa Nostra fra gli anni ’80 e ’90, e “uomo di fiducia di Giuseppe Salvatore Riina”, rampollo di Totò Riina. Non solo. Francesco Paolo Maniscalco è anche il nipote di Cesare Giuseppe Zaccheroni, “uomo d’onore della famiglia mafiosa di Porta Nuova” che “godeva della piena fiducia di Giuseppe Calò detto ‘Pippo’” e che, secondo le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Giuseppe Ganci, “aveva preso parte alle riunioni in cui era stato discusso, decretato e pianificato l’omicidio del prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa”. Lo stesso Ganci parla anche di Salvatore Rubino e del suo ruolo, negli anni ’80 “a disposizione della famiglia mafiosa della Noce”. Maniscalco fu condannato anche per la rapina da 731 milioni di lire alla filiale palermitana della Banca Commerciale Italiana, nella notte tra il 3 e il 4 giugno 1990.

La bancarotta di ‘Sicilia e Duci’ e l’impegno in ‘Da Nina’ – Dalle indagini è emerso un sistema di scatole cinesi che ha permesso a Maniscalco di tenere occulto il suo ruolo di socio nella Efferre srls e nella Sicilia e Duci srl e nella gestione della pasticceria Sicilia e Duci e nel bar Da Nina. Nell’ambito dell’esercizio di queste attività, venivano immessi capitali di natura illecita, spesso in contanti: fra il maggio 2011 e il febbraio 2012, Maniscalco – attraverso una prestanome – versa oltre 140.000 euro, soldi non giustificati dai redditi conseguiti dalla persona cui erano intestate le operazioni. Non solo. Nel 2016 le attività del gruppo vengono ostacolate dall’esecuzione di un sequestro preventivo che getta all’aria i piani del sodalizio. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, Sicilia e Duci srl è stata così svuotata, i beni distratti a beneficio di altre società e la precedente portata alla bancarotta. Le risorse sono state investite nel bar ‘Da Nina’, “un bar troppo grazioso, da 200.000 euro”, commenta, intercettato, Salvatore Rubino.

La vendita delle opere d’arte rubate – Interessante come nel gennaio 2019, con già i fari dell’autorità giudiziaria puntati addosso, al fine di reperire “denaro per il pagamento dei lavori di ristrutturazione”, i Rubino tentato di vendere alcune opere d’arte detenute in seguito a un furto avvenuto 28 anni prima. In vista dell’arrivo in casa di un importante gallerista romano, Antonina Puleo e Federica Rubino commentano: “Lo vedono che sono stati rubati ventotto anni fa!”; “E io che ne so… mia madre è morta tre anni fa… mia madre li ha comprati… non ci possono fare niente”. Le opere in questione sarebbero ‘Donna con fanciullo’ di Glauco Cambon, ‘Ritratto di bimba’ di Luigi Di Giovanni e ‘Donna al Laghetto di Bosco’ di Giuseppe Puricelli Guerra.

Maniscalco e i Rubino a caccia di locali nel centro storico – Nonostante le difficoltà, il sodalizio aveva in mente di espandersi nel Rione. Il 6 giugno 2019, Maniscalco invia un sms a Salvatore Rubino, chiedendogli, si legge “per conto di un terzo soggetto informazioni in merito all’acquisizione di una licenza commerciale per aprire una pizzeria a Trastevere”. Maniscalco, secondo gli inquirenti, stava “ipotizzando di far acquistare al suo amico Danilo la licenza di Pucci” ovvero “una storica famiglia di ristoratori operanti da più generazioni nel quartiere di Trastevere”, uno dei quali “è in accertati rapporti con gli odierni indagati”. Valentina Pucci, infatti “che ha un fratello di nome Aldelio, è socia della Igloo sas, società con la quale in data 06/02/2015, la Sicilia e Duci srl aveva stipulato un contratto di affitto d’azienda per la durata di 12 mesi. E ancora. Secondo gli inquirenti, è stato registrato “l’impegno profuso da Salvatore Rubino nella ricerca di immobili da acquistare nel centro storico di Roma (zone di Trastevere, Colosseo e Vaticano) per avviare una gelateria”. Dice Benedetto Rubino, intercettato: “Gli è dovuto arrivare all’orecchio che noialtri avevamo trovato il locale ed abbiamo aperto e loro hanno preso e hanno messo affittasi e vendesi (…) perché si immaginavano che a chiunque glielo affittavano loro, eravamo sempre noialtri!”.

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