Tra poche settimane inizierà ufficialmente l’anno dantesco, ovvero il periodo in cui si celebrano in varie parti d’Italia i 700 anni trascorsi dalla scomparsa del Sommo Poeta. Fino a ora non sono noti suoi autografi o oggetti che gli sono appartenuti in vita, per cui – sempre che le restrizioni ai movimenti dovute alla pandemia subiscano un graduale allentamento – l’omaggio potrà avvenire solo visitando alcuni luoghi danteschi e cercando le “tracce” della sua esistenza sia come genio della letteratura, sia come uomo dal deciso impegno civile.

Alcune mete sono irrinunciabili: come la sua tomba a Ravenna, dove si legge un epitaffio scritto in prima persona singolare, ma di cui molti attribuivano la paternità ad altri autori. Invece un documento custodito nell’Accademia Colombaria di Firenze restituisce all’Alighieri la responsabilità di quelle poche righe ricche di pathos e amarezza. C’è poi il Bargello, nel cuore di Firenze, una volta Palazzo del Podestà, poi carcere (fu nel grande salone al primo piano che vennero lette le condanne all’esilio e a morte di Dante, così come fu dalle sue finestrelle che vennero appesi gli autori della congiura dei Pazzi contro i Medici nel 1478) e infine Museo Nazionale proprio per… colpa di Dante. A metà del XIX secolo, infatti, in una cappella furono scoperti degli affreschi trecenteschi con delle figure di personaggi in Paradiso. In quelle pitture murali qualcuno volle riconoscere il Sommo Poeta e fu così, per dare enfasi alla riscoperta, la vecchia prigione divenne luogo simbolo della conservazione artistica e del bello. In effetti una corrente di pensiero, che parte da lontano e che recentemente si è arricchita di nuovi contributi scientifici, tende a escludere che tra quelle figure vi sia ritratto anche Dante, ma questo è il bello della storia dell’arte: a meno che un autore non si attribuisca per scritto la paternità di un’opera, hanno tutti ragione.

Se qualcuno fosse davvero interessato a “incontrare” Dante attraverso ciò che i secoli ci hanno tramandato, a Firenze non ha che l’imbarazzo della scelta e a fine giornata ne rimarrà soddisfatto.

Per esempio, proprio vicino al Bargello, c’è l’antica sede dell’Arte dei Giudici e Notai (oggi ospita un noto ristorante di pesce, chiuso come tutti per le misure anti-Covid) ed è lì che si può “scoprire” il più antico ritratto di Dante, affrescato su una parete: è della seconda metà del Trecento e il Divin Poeta ha una naso piuttosto regolare (!).

Inglobata ormai dentro il piano terra degli Uffizi, l’antica chiesa di San Pier Scheraggio era anche la sala dove si riunivano i Priori di Fiorenza ed è dal pulpito di quel luogo sacro – oggi visibile nella chiesa di San Leonardo, a due passi dal Forte Belvedere di Firenze – che Dante arringava i fiorentini prima che gli fosse impedito di rimetter piede in città; se l’avesse fatto sarebbe finito al rogo.

In giro per la città sono ben 33 le targhe che riportano altrettante citazioni della Commedia, incise nel marmo, dove Dante scrisse della sua città, mentre altre testimonianze artistiche con l’effige del Poeta o dei riferimenti alla sua composizione più famosa li troviamo agli Uffizi, nella Cattedrale di Santa Maria del Fiore, nella Basilica di Santa Maria Novella, in Palazzo Vecchio, nella Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti e perfino nella Basilica di Santa Croce, dove si può ammirare il monumento funebre dello scultore Stefano Ricci intitolato a Dante.

Se veramente vogliamo vivere emozioni dantesche, conviene visitare le più ricche biblioteche fiorentine – in particolare la Nazionale, la Laurenziana, la Riccardiana, le Oblate e la raccolta della Società Dantesca. Qui sono custodite alcune tra le più antiche (ovviamente manoscritte e riccamente miniate), rare e belle copie della Divina Commedia, così come le ultime traduzioni negli idiomi più inattesi, come il vietnamita, il bengalese e l’ungherese. Senza contare che in un volume abbastanza comune, scritto da Ascanio Condivi e dedicato alla vita di Michelangelo Buonarroti, si legge di una supplica che 20 accademici fiorentini rivolsero a Papa Leone X Medici nell’ottobre del 1519 per far tornare la salma di Dante a Firenze. Tra di essi vi era anche Michelangelo il quale si offre “al DIVIN POETA [per] fare la Sepultura sua chondecente, e in loco onorevole in questa Città”. Cioè il grande scultore, che aveva per Dante un’ammirazione sconfinata, metteva a disposizione la sua arte per fare gratuitamente il monumento funebre a un altro genio. Il Papa non tenne conto dell’offerta, il Pantheon di Santa Croce perse l’opportunità di ospitare un’opera di Michelangelo e Firenze di riappacificarsi, se pur tardivamente, con uno dei suoi figli più illustri attraverso un’opera che, c’è da giurarlo, sarebbe stata eccelsa e ammirata da tutti.

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