A cosa deve la sua popolarità Dante? E la pandemia potrebbe mettere in crisi gli appuntamenti programmati durante l’anno che celebra il 700esimo anniversario della morte, avvenuta a Ravenna nel settembre del 1321? Per ottenere le risposte ai quesiti abbiamo contattato il professor Lino Pertile, linguista e docente dell’Università di Harvard, tra i maggiori esperti al mondo di Dante. “I sette secoli che ci separano dalla sua scomparsa – dice Pertile – Dante non li ha trascorsi sempre in tranquillità. Nel Settecento, per esempio, si levarono tante voci contro il Poeta. Fu riscoperto dai romantici dell’Ottocento e strumentalizzato dal Risorgimento, con Firenze in testa. Oggi però dobbiamo distinguere tra la popolarità di Dante presso il grande pubblico e il Poeta degli studiosi. Per il grande pubblico italiano, in un momento di disorientamento della cultura nazionale, Dante ha rappresentato un vero punto di riferimento, di identificazione con orgoglio nell’italianità. Le letture di Sermonti e di Benigni hanno avuto la capacità di concentrare l’attenzione degli italiani su questo grande classico e sui valori che lui ancora trasmette, sulla sua capacità interclassista di mettere insieme il pubblico meno attrezzato e quello più preparato”.

Professor Pertile, quindi perché Dante è ancora così popolare?
La ragione della popolarità di Dante è Dante stesso ovvero la qualità della Commedia anche come miniera di valori che in ogni epoca si presta a essere scavata per cercare magari ciò che prima non si era scorto. In pratica tra la fine del Novecento e l’inizio degli anni Duemila si sono verificate condizioni tali per rendere particolarmente felice la presenza di Dante nella cultura italiana.

E al livello degli studiosi? Stesso successo?
Tra gli accademici è accaduto qualcosa di diverso. Venendo meno la popolarità degli studi umanistici, è avvenuto un naufragio di molti grandi autori e temi tradizionali della letteratura italiana. Così gli studiosi che normalmente si occupavano di altri periodi e di altri temi, si sono comprensibilmente salvati sulla zattera dantesca. Anche perché col restringersi del pianeta Dante è comunque un personaggio di chiara fama, non più sentito come esclusivamente italiano, ma patrimonio di tutti. E ora un po’ tutti scrivono su Dante e non ci sono più gli studiosi esclusivamente di Dante. Oggi sono tanti coloro che si occupano del Sommo Poeta.

Con la pandemia in atto, quanto rischia l’anno dantesco?
Credo poco o niente. Ci stiamo sempre più abituando a partecipare o assistere a incontri in forma remota, cioè non in presenza, ma attraverso il web, utilizzandolo in maniera proficua, appagante. All’inizio la tecnologia spaventava noi umanisti, poi però ci siamo abituati, abbiamo visto che la cosa funziona e che anzi si riescono a fare cose prima inconcepibili. Stiamo facendo di necessità virtù e Dante sarà celebrato da tante iniziative in modalità telematica. Io non sarei così preoccupato. Certo che chi ne perde, in Italia, sarà l’industria turistica, perché mancheranno tante occasioni di incontro in presenza, con i risvolti commerciali che queste comportano. Ma Dante sopravvivrà anche a questo, ne sono certo: la realtà virtuale sta sostituendo quella reale e d’altronde anche i nostri grandi pensatori, proprio come Dante, sono loro stessi delle realtà virtuali e se li usiamo in questo modo, credo sia più che giusto e soddisfacente.

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