Cultura

“Sono un famoso sconosciuto, i lettori fanno duecento chilometri per vedermi. Io il Veltroni della poesia? Mi hanno detto anche di peggio”: l’intervista a Franco Arminio

Il poeta Franco Arminio racconta il suo successo, le critiche e il suo nuovo libro d'amore

di Davide Turrini
“Sono un famoso sconosciuto, i lettori fanno duecento chilometri per vedermi. Io il Veltroni della poesia? Mi hanno detto anche di peggio”: l’intervista a Franco Arminio

Il più letto, il più venduto, il più amato e il più criticato. Franco Arminio e le sue poesie sono il fenomeno più sorprendente degli ultimi dieci anni, almeno, del mercato editoriale italiano. Abbiamo intervistato Arminio in occasione del Festival di Noli – Il borgo delle idee e nelle ore in cui esce il suo nuovo libro, L’incredibile non si può dire a tutti – Poesie d’amore (Rizzoli). “A Noli non ci ero mai stato. Da paesologo posso dire che un paese viene sempre guardato come se si vedesse un film che dura da migliaia di anni”.

L’eterna diatriba tra campagna e città…
“ I piccoli paesi sono micro città. Hanno tutto quello che serve. Il mondo contadino, del resto, era autosufficiente. Si andava fuori per sale e fiammiferi, il resto si faceva in casa. Qui a Noli la collina delimita il paese come focolare, poi c’è l’adiacenza con l’epica del mare”.

Vede differenze tra borghi settentrionali e quelli meridionali?
“I paesi dell’interno si somigliano molto. Un paese del cuneese somiglia a uno della Sila o dell’Aspromonte, anche nel tratto caratteristico dello spopolamento. Il mio paese, Bisaccia, è più simile a un paese ligure che Genova ad Avellino. Più il paese è piccolo più Nord e Sud si fanno simili”.

Al Festival di Noli si è parlato di salvezza attraverso le arti: quindi la poesia riesce a salvare il mondo?
“Già è tanto se riesce a salvare la giornata! La poesia è comunque uno strumento straordinario. È la tecnologia più antica che abbiamo, ma anche quella con più futuro. Tante cose del passato sono sparite e state sostituite, la poesia mai. Se dobbiamo raccontare l’amore usiamo la poesia. In un momento in cui la politica e la religione sono in crisi, il poeta parlando delle sue ferite ci permette di riconoscere le nostre ed elaborarle. Apparentemente defilata, la poesia in realtà circola. Le persone la vanno a trovare”.

Qual è la poesia che le ha cambiato la vita?
“La sera leggo Leopardi, la su musicalità mi è sempre vicina. Poi c’è una poesia piccola di Sandro Penna che cito tutte le sere: “Felice chi è diverso/essendo egli diverso/ma guai a chi è diverso/essendo egli comune”. Mi piace molto perché rispecchia la mia idea di poesia dove c’è il massimo risultato con il minimo sforzo. Le poesia è una sorta di economia, In un mondo che parla tanto, la poesia dice tanto con poche parole”.

Sia sincero: se lo aspettava il successo dei suoi versi e pure il suo successo personale?
“Sono un famoso sconosciuto. Qualcuno in treno mi riconosce. Quando ero ragazzo e scrivevo tanto, io sentivo che la mia poesia sarebbe potuta piacere. Avevo avuto riscontri da Zanzotto, Bufalino, Pontiggia. Sentivo che potevo essere letto anche dalla famosa casalinga di Voghera. Ogni sera quando incontro i miei lettori, arriva qualcuno e mi dice che le mie poesie gli hanno fatto compagnia durante la malattia, un lutto o un abbandono. Non mi aspettavo che qualcuno potesse trovare una provvisoria salvezza nei miei versi, anche se pensavo di avere una lingua adatta per loro, semplice e potente. Magari ci sono tanti poeti bravi, ma questo uso della poesia è raro”.

In un’intervista lei disse: “Nessuno oggi ha tempo da perdere con la letteratura che non sa consolare e non sa orientare. Le persone non leggono, ma se leggono vogliono essere orientate e consolate”. La sua arte poetica è nata per consolare?
“Uno scrive quello che sente. Non esiste un disciplinare. Ognuno scrive la poesia che gli pare e poi prende atto che qualcuno la usa per consolarsi. Non scrivo versi furbescamente, non sono un commerciante, io scrivo per necessità. È indubbio peraltro che viviamo in un’epoca in cui siamo impauriti e smarriti, quindi io non vado in un posto e do addosso alle persone che ascoltano. L’arte era ed è stata rottura dell’ingranaggio, ma adesso che è tutto rotto è più un lavoro di ricucitura. E ricordiamoci: non è che una poesia comprensibile è sempre solo brutta, può anche essere anche bella e, appunto, consolare chi la legge”.

Lei è oramai materia di discussione nel bene e nel male. In una critica che le è stata rivolta l’hanno definita il Walter Veltroni della poesia italiana: la offende o la onora?
“Mi hanno detto anche di peggio! Questa è una delle critiche più tiepide. Mi pare che questo momento in Italia non abbiamo un poeta, un cantante, un politico – forse Mattarella – che unisca: non siamo d’accordo su niente. Non riusciamo a raccoglierci attorno ad un qualcuno che ha un valore. Banalmente uno dice ‘il pesce è buono a Manfredonia’ e l’altro dice ‘no è buono a Barletta’. È un residuo della divisione tra guelfi e ghibellini. Dobbiamo emanciparci. Una nazione matura sa anche essere collettivamente devota a qualcuno che fa qualcosa di bello, anche solo a un falegname”.

Sta eludendo l’effetto che le fanno le critiche…
“All’inizio mi ferivano un po’. C’è chi scrisse che sono nato con la pandemia, ma i miei primi libri, quelli di paesologia, sono del 1985. Ogni settimana parlavo con Zanzotto al telefono, ma molti che ammirano Zanzotto mi hanno dato del Veltroni della poesia senza sapere che Zanzotto mi ammirava. Gli equivoci nascono da difetti di conoscenza. Come italiani dobbiamo dismettere questa postura di ammonitori militanti. Bisogna ammonire ma anche ammirare”.

Lei ha un rapporto con i suoi lettori molto intenso e fisico
“Non sono schivo e nemmeno refrattario. Sto molto sui social. Vado a parlare con i lettori, leggo con loro le poesie, li faccio cantare, con me passano una bella serata. Per i concerti la gente si faceva centinaia di chilometri, ma per i poeti nessuno ha mai preso la macchina per farsi due ore di strada. Ebbene, con me succede. Vengono più che per sentirti, anche per una sorta di gratitudine. Non vengono solo per dire che il poeta è bravo, che magari riconoscono le tecnica, come si diceva che so per un Montale. Io, in fondo, chi sono per impedirglielo?”

E il suo nuovo libro di cosa parla?
“È un racconto di una storia d’amore in un momento in cui è più facile essere amati che amare. È un libro molto esposto. La letteratura ha senso se dici cose vere. È un libro che racconta gli ultimi due anni della mia vita. L’aveva già detto Baudelaire: bisogno mettere un po’ il cuore a nudo, ma veramente non come il ballo in maschera dei social”.

Credito foto: Simone Tizzi.

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