Edgar Morin, uno degli ultimi giganti della cultura contemporanea e fondatore del “pensiero complesso”, è morto a Parigi il 29 maggio 2026, alla vigilia del suo centesimo quinto compleanno. Il celebre filosofo, antropologo e sociologo francese si è spento all’età di 104 anni. L’annuncio della scomparsa è stato confermato oggi all’agenzia Afp dalla moglie, Sabah Abouessalam Morin, la quale ha ricordato come l’intellettuale sia rimasto attento al mondo e alle sfide umane fino ai suoi ultimi giorni.
Nato a Parigi l’8 luglio 1921 con il nome di Edgar Nahoum, la sua esistenza è iniziata superando circostanze drammatiche. Figlio unico di una famiglia ebrea sefardita emigrata da Salonicco e originaria di Livorno, Morin sopravvisse a un parto ritenuto letale dai medici. La madre, Luna Beressi, soffriva di una severa lesione cardiaca che sconsigliava gravidanze; Edgar venne al mondo apparentemente privo di vita e fu salvato dal medico, che riuscì a fargli emettere il primo vagito solo “dopo una buona mezz’ora di schiaffi”. Poco prima di compiere dieci anni, Edgar perse la madre a causa di un malore in treno. Questo lutto, definito dal filosofo come “una sorta di Hiroshima interiore”, segnò profondamente la sua psiche e ispirò, nel 1951, la sua prima opera antropologica intitolata “L’uomo e la morte”.
Cresciuto in un contesto ebraico laico e senza un’educazione religiosa, Morin abbracciò fin da giovane l’impegno politico. Antifascista durante la guerra civile spagnola, nel 1941 si iscrisse al Partito Comunista Francese (Pcf) e partecipò attivamente alla Resistenza contro l’occupazione nazista, assumendo lo pseudonimo di “Morin”, il cognome della sua futura moglie. Tuttavia, il suo spiccato spirito critico e il rifiuto dei dogmi lo portarono a scontrarsi con le direttive staliniste. Nel 1951 venne definitivamente espulso dal partito a seguito della pubblicazione di un suo articolo sui processi stalinisti. Questa complessa e dolorosa esperienza politica fu poi analizzata nel libro del 1959 “Autocritica”, a cui seguirono altri saggi sul totalitarismo sovietico.
Dopo aver conseguito la laurea in lettere e diritto all’università di Tolosa, Morin ricoprì il ruolo di capo dell’ufficio propaganda presso il governo militare francese in Germania nel 1945 e lavorò come redattore capo in un quotidiano parigino nel 1947. Nel 1950 fece il suo ingresso al Cnrs (Centre national de la recherche scientifique) di Parigi, dove dal 1950 al 1989 ha diretto il Centro studi sulle comunicazioni di massa. In questa veste, ha condotto ricerche pionieristiche sulla cultura di massa, il divismo e l’industria culturale.
La vera rivoluzione intellettuale di Morin risiede nella teorizzazione del “paradigma della complessità”. Rifiutando la frammentazione delle discipline accademiche, lo studioso ha cercato costantemente di abbattere i confini tra scienze umane, biologia e scienze naturali. Questa visione, maturata anche grazie a un anno trascorso presso il Salk Institute for Biological Studies in California nel 1969, ha preso forma nel saggio “Il paradigma perduto” (1973) ed è culminata nella monumentale opera in sei volumi “Il metodo”, pubblicata a partire dal 1977. Morin sosteneva infatti che la divisione tra le discipline svuota l’umanità della sua complessità e sostanza.
L’uomo, nella visione di Morin, è contemporaneamente “sapiens e demens”: una creatura capace di calcoli razionali ma anche profondamente affettiva, ludica e irrazionale. A fronte di questa natura bizzarra e dei crescenti pericoli globali, il filosofo ha richiamato la necessità di abbandonare l’illusione dell’onnipotenza tecnica per abbracciare un'”etica planetaria”, che veda gli esseri umani uniti come “figli e cittadini della Terra-Patria”. A partire dagli anni Novanta, l’attenzione di Morin si è concentrata sull’educazione delle nuove generazioni. Con opere come “La testa ben fatta” (1999), ha teorizzato una radicale riforma del pensiero scolastico, invitando le istituzioni a non limitarsi all’accumulo di nozioni parcellizzate, ma a insegnare ai giovani a collegare e organizzare le informazioni in un contesto unitario.
Autore di circa 40 libri, fondatore e direttore di riviste culturali fondamentali come “Arguments” e “Communications” (quest’ultima creata con Roland Barthes), Edgar Morin lascia un’eredità inestimabile. Nel corso della sua lunga vita, è stato insignito di innumerevoli onorificenze, tra cui la nomina a Cavaliere della Legion d’onore e la consegna di ben 38 lauree honoris causa da università di tutto il mondo.