Cosa accomuna Charles Darwin, Andy Warhol, Glenn Gould e Michael Jackson? Semplice: l’ipocondria. E Vite di nove ipocondriaci eccellenti (Il Saggiatore) scritto brillantemente da Brian Dillon vi spiegherà in che modo le flatulenze di Darwin e la sensazione di “brutto corpo” di Warhol abbiano un’origine psicologica comune. “Un ipocondriaco s’immagina, in periodi diversi, di morire in tutti i modi osservati; e così muore molte volte prima della sua morte”, scrisse nel 1777 lo studente James Boswell, uno dei primi a teorizzare per iscritto il terrore per le (presunte) malattie o disfunzioni psicofisiche del proprio corpo basandosi, e sembra superfluo dirlo, sulla propria tragica esperienza. Ecco allora che l’excursus storico di Dillon, molto anglofono, per carità, risulterà una mappa essenziale per carpire gli sfuggenti dettagli del disagio intimo ed individuale dell’ipocondriaco con summa massima e regale nella figura di Michael Jackson, il re del pop e delle rinoplastiche (4 in nemmeno sei anni). E ad ogni protagonista è sempre correlata una possibile cura, spesso “naturale”, come la cristalloterapia a cui si sottopose Warhol o l’idroterapia del dottor Gully che allietò ma mai del tutto il fondatore delle teorie evoluzioniste. Patologico ma catarticamente fisiologico.

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