“Bisogna togliere l’acqua al pesce”. Elio Collovà lo disse al Fatto Quotidiano nel lontano 2012, e lo ribadisce oggi nel suo ultimo libro Mafia Egemone (edito da Albatros, disponibile dallo scorso novembre), otto anni dopo. Da allora ad oggi non poche inchieste giudiziarie hanno trasformato nell’immaginario comune la percezione della lotta alla mafia. Non ultima l’inchiesta che ha svelato il cosiddetto “Sistema Saguto” – al quale dedica un lungo paragrafo – da poco arrivato al primo grado di sentenza e che, al di là dei risvolti giudiziari, ha di certo minato, come ricorda l’autore, la credibilità del sistema principe della lotta alla mafia qual è l’aggressione ai beni mafiosi. In un contesto così “azzoppato” agli occhi della società civile, Collovà ribadisce l’importanza di un sistema che sottragga alla mafia la capacità di inquinare l’economia e di conseguenza di penetrare nella società civile. Bisogna “cioè togliere il respiro al mafioso, togliergli gli strumenti per esercitare il suo potere – scrive – E tali strumenti non possono che essere i suoi beni mobili e immobili, le sue finanze, le sue imprese… Tutto ciò di cui dispone”.

Amministratore giudiziario e consulente delle procure dai primi anni in cui la lotta alla mafia si muoveva nel solco di quel che aveva indicato Giovanni Falcone, ovvero seguire i soldi e aggredire il patrimonio mafioso, Collovà restituisce il punto di vista di chi è dentro il cuore giudiziario della lotta alla criminalità organizzata: il sequestro preventivo e la confisca. I due strumenti principe per togliere alle associazioni mafiose “la roba”, per dirla con Domenico Gozzo, che firma la prefazione di ‘Mafia Egemone‘ con un’attenta presentazione dell’autore e un ricordo in prima persona di quando la magistratura iniziò a studiare il sistema economico mafioso, cioè quando a fornire gli elementi di quella conoscenza erano in pochi ed erano esposti a minacce e, ancor più dei magistrati, gli amministratori giudiziari erano perfino isolati dai colleghi.

Così anche Collovà fu isolato, attaccato, minacciato e perfino spiato. Ma da questo ruolo privilegiato all’interno della Storia della lotta alla criminalità, adesso restituisce al lettore una disamina degli strumenti, quali sono il sequestro e la confisca, della lotta alla mafia. Ed è proprio da questa sua posizione di vero e proprio narratore interno alla storia che apre la sua seconda pubblicazione (dopo ‘Confische Spa: la ragnatela di imprese di mafia’, edito da Europa Edizioni nel 2014) ricordando come la mafia sia interclassista: “La mafia è un mix micidiale fra un cervello borghese e un braccio armato proletario popolare”. Da qui parte il suo excursus negli ultimi trent’anni da amministratore giudiziario, in quello che è stato “una sorta di viaggio negli inferi della raccapricciante normalità italiana”.

Se però l’aggressione al patrimonio è il vero “core business” della lotta alla mafia, Collovà ne analizza altresì tutte le debolezze, le criticità: dall’impianto normativo, al quale si è messo poco mano, dopo l’eredità lasciata da Pio La Torre, estensore della prima legge che nel 1982 (Rognoni-La Torre) introdusse per la prima volta le misure patrimoniali applicabili ai capitali illeciti. “Lacune che il legislatore non ha saputo colmare”. Mentre l’Agenzia Nazionale per i beni sequestrati e confiscati sarebbe stata “una geniale intuizione se non fosse rimasta impantanata nelle fanghiglie della demagogia politica”. Una lotta ai beni della criminalità organizzata, e quindi alla loro capacità di corruzione e di conseguenza di penetrazione in tutti i livelli sociali, azzoppata dalle “lungaggini burocratiche per effetto delle quali molti beni vengono assegnati solamente dopo parecchi anni”.

Le debolezze, le criticità, ma anche i rischi, come quello “che il bene tolto al mafioso a seguito di confisca, venga restituito allo stesso. L’esperienza ci insegna che la vendita dei beni mediante asta pubblica, frequentemente consente, in via apparentemente regolare, al precedente proprietario di venirne nuovamente in possesso”. Una discesa agli inferi che Collovà sciorina pagina dopo pagina, in una serie di episodi vissuti dall’autore in prima persona, tra i quali il più toccante appare quello del Las Vegas Bingo Srl: “Il casinò dei poveri, un mondo di disperati gestito dalla mafia”. Così racconta Collovà, che ne fu amministratore giudiziario, uno degli episodi che più rappresenta la capacità di penetrazione della mafia nel tessuto sociale, in questo caso traendo profitto dalla disperazione dei meno abbienti.

Ma la mafia risale le classi sociali, come nel caso dell’ex presidente di Confindustria di Caltanissetta, Pietro Di Vincenzo, o quello di Vito Ciancimino “l’artefice del totale cambiamento della classe imprenditoriale palermitana, soprattutto nel campo edilizio e del suo indotto”: sono solo alcuni tra quelli che più hanno reso evidente “un’intelligenza collettiva al servizio della mafia”. Una mafia che per espandersi e arricchirsi si è servita delle competenze dei “professionisti”, dei “colletti bianchi”, o non avrebbe saputo neanche immaginare i percorsi intrapresi. Debolezze, criticità, rischi che lasciano ancora terreno alla criminalità organizzata, indebolita forse, ma non ancora sconfitta e certamente ancora libera di sedere nei salotti borghesi, forte di un legislatore inerte che si muove solo dopo le stragi, che appare più interessato a “controllare il fenomeno mafioso piuttosto che a combatterlo”.

Collovà però ribadisce la forza della lotta alla mafia e sottolinea in più momenti come le difficoltà incontrate finora si vadano comunque ad inserire all’interno di un percorso che da Pio La Torre, a Falcone e Borsellino – molto toccante la lettera integralmente riportata nel libro dedicata al magistrato da Roberto Scarpinato, procuratore generale presso la Corte d’Appello di Palermo – fino al pool di magistrati che ha intrapreso l’inchiesta sulla Trattativa, dall’intuizione di Antonio Ingroia, all’esposizione di Nino Di Matteo, abbia subito solo intoppi. Un’antimafia quindi solo indebolita da strumenti inefficaci, dalla capacità dell’economia illegale di penetrare a tutti i livelli. Solo indebolita dai “pulpiti” dell’”anniversario day”, spesso calpestati da veri e propri usurpatori. Ma un’antimafia ancora forte, autentica. Così che Collovà infine esorta: “Abbiamo legittimamente parlato di legalità ma abbiamo dimenticato di parlare di civiltà. Proviamoci e la mafia sarà sconfitta”.

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