È arrivata all’una di notte di notte la sentenza del processo “Principe” contro la cosca De Stefano di Archi. Dopo tredici ore di camera di consiglio, la Corte d’appello ha condannato il boss Giovanni De Stefano non solo per associazione a delinquere di stampo mafioso e intestazione fittizia ma anche per l’estorsione ai danni della Cobar, la ditta che ha ristrutturato il Museo nazionale di Reggio Calabria dove sono custoditi i Bronzi di Riace. Per completare i lavori, infatti, l’impresa pugliese ha dovuto pagare una mazzetta da 200 mila euro.

In primo grado, per quest’ultimo reato, il boss figlio del “mammasantissima” don Giorgio De Stefano, era stato assolto. I giudici d’appello, però, hanno ribaltato la sentenza e hanno inflitto 20 anni e 4 mesi di carcere al capocosca conosciuto con il soprannome di “Principe”, ritenuto il reggente della famiglia mafiosa di Archi nei periodi in cui i cugini Giuseppe e Carmine De Stefano erano detenuti.

Il processo nasce da un’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia guidata dal procuratore Giovanni Bombardieri. Per l’estorsione alla Cobar sono stati condannati Demetrio Sonsogno detto “Mico Tatoo” (12 di carcere) e Vincenzino Zappia (10 anni e 8 mesi). Le motivazioni della sentenza saranno depositate entro 90 giorni, ma evidentemente la corte d’Appello ha sposato la linea del gup Antonino Laganà il quale, nella sentenza primo grado, ha scritto che i due imputati avevano assunto al tempo “la funzione di controllare e gestire l’intero racket estorsivo in nome e per conto della cosca De Stefano”.

Il sistema è quello tipico dei boss di Archi e cioè “imporre (anche) con il terrore e la prevaricazione (se necessario) il proprio illecito controllo sul territorio, dapprima agganciando la singola impresa presa di mira per poi soffocarla e vessarla, imponendole l’assunzione di persone alla stessa cosca gradite e vicine”. Più o meno quello che è successo alla Cobar. Analizzando quanto emerso dalle indagini, coordinate dal procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo e dai pm della Dda Stefano Musolino e Rosario Ferracane, il gup ha scritto che “le risultanze probatorie attestano in modo univoco il grado di controllo assunto dalla compagine mafiosa nei confronti dell’impresa Cobar che risulta del tutto piegata al volere dei vertici della cosca De Stefano che incutono un tale terrore nei riguardi dei capicantiere della predetta società da indurli a negare fino all’estremo l’evidenza oggettiva dei fatti occorsi’”.

Secondo i magistrati, Giovanni De Stefano alias ‘Il Principe’ è stato il reggente della cosca: “È certamente l’autentico terminale di riferimento del gruppo – viene descritto nella sentenza di primo grado – il capo indiscusso”. Per intestazione fittizia aggravata dall’aver favorito la ‘ndrangheta, è stato condannato a 2 anni e 8 mesi di carcere anche Fabio Arecchi al quale il boss De Stefano aveva attribuito la formale attività di un’impresa di distribuzione del caffè. Come è avvenuto in primo grado, infine, sono stati assolti gli altri imputati Vincenzo Morabito e Arturo Assumma.

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