“Hai controllato le batterie? Hai sistemato la telecamera?”. Claudio lo ripeteva ogni sera ai colleghi soprattutto più ai giovani che, man mano, finita la giornata, andavano via. Ci teneva. A TeleBari lavorava da oltre 20 anni. Per lui era diventato il fulcro di tutta la sua vita. Oggi la sua sedia è vuota, il suo posto auto libero. Claudio è morto dopo aver contratto il coronavirus. Occhi chiari, barba bianca, sorriso gentile, pochissime parole: Claudio era così, sempre. Era una persona buona, “non come quelle che lo diventano appena muoiono”, lui lo era davvero. “È difficile farlo capire a chi non lo conosceva perché lui era davvero una delle persone più buone che puoi conoscere”, dicono i colleghi della rete televisiva barese in cui l’operatore, 54 anni, ha lavorato fino a pochi giorni fa.

Poi Claudio aveva contratto il Covid, non si sa se per primo o contagiato dal piccolo focolaio che lo scorso 13 ottobre è scoppiato nella emittente e che ha colpito una decina tra giornalisti e operatori. “Lunedì ci ha scritto che stava bene, non aveva febbre, avvertiva solo stanchezza”. Si erano rincuorati a saperlo in buone condizioni, al punto che in redazione iniziavano a ipotizzare i tempi del suo rientro. Un po’ di apprensione c’era perché Claudio aveva altre patologie. Ma questo a TeleBari vogliono dirlo: “Non era per questo una persona che aveva finito la sua corsa”. Sì, Claudio aveva sopportato altre prove, aveva una salute che andava controllata e monitorata, ma ogni mattina entrava nella sua auto per raggiungere TeleBari e affrontare le sua intera giornata di lavoro. “Non stava morendo”, dicono ripetutamente i suoi colleghi.

Insomma, non ci stanno a far rientare Claudio nel calderone di persone che avevano terminato le chance. “Quando parliamo delle persone che potrebbero essere più fragili in questo particolare momento storico – scrive l’emittente – forse dovremmo avere meno cinismo e ricordarci proprio di questo, ricordarci che parliamo di persone e parliamo di vite. Andiamo avanti, non senza difficoltà, perché è giusto che sia così”. La vita di Claudio era tutta lì, in quella redazione. Non era sposato, non aveva figli, aveva fratelli che vivono al nord. Ecco perché il suo fare, un po’ paterno, un po’ da amicone, era concentrato su quella famiglia che vedeva crescere da 20 anni. Era “grande e fragile”. Con “gli occhi buoni, malinconici, veri”, scrivono i colleghi. Lo conoscono tutti nel mondo dell’informazione. Il cappellino in testa, il gilet di TeleBari, la telecamera impugnata e gli occhi ridenti.

Una presenza fissa anche per il presidente della Regione, Michele Emiliano, che lo descrive come “persona di grandissima professionalità, con un tratto umano profondo e gentile, un vero galantuomo con il quale era sempre bello parlare, scambiare un sorriso e una battuta”. Era così. Era proprio così. Un gigante “piegato ma mai spezzato”. Per la sua barba bianca, per la corporatura e per la bontà, non poteva mai sottrarsi al paragone con Babbo Natale. E lui aveva da regalare tanto: una parola gentile, una parola di incoraggiamento. Una caramella o un cioccolatino: spuntava all’improvviso nei corridoi e nelle stanze di Telebari e le offriva ai colleghi. Claudio sapeva che la sua era una strada in salita. E lì lo aspettano ancora. “Ci vediamo dietro le quinte “generali” – scrive Silvia, collega di produzione – Tu intanto ordina il the”.

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