Per lo sconto dimezzato sulle accise e gli aiuti ai tir il governo taglia ancora il fondo automotive e gli investimenti sul trasporto locale
Il governo proroga il taglio delle accise sui carburanti, ma in misura dimezzata rispetto alle settimane precedenti. Risultato: beneficio limitato alla pompa, associazioni consumatori sul piede di guerra e un costo comunque significativo per i conti pubblici: la misura approvata venerdì sera, valida dal 23 maggio al 6 giugno, costa circa 134 milioni per appena due settimane. Da sommare ai 2 miliardi mobilitati finora per far fronte alla crisi energetica scatenata dalla guerra in Iran. Soldi che paradossalmente sostengono i consumi in una fase di scarsità dell’offerta che richiederebbe, al contrario, interventi per ridurre la domanda. Per non dire che lo sconto, come ammesso pure dal titolare del Mimit Adolfo Urso, finisce per favorire soprattutto chi acquista più carburante perché possiede auto di grossa cilindrata, cioè le fasce di reddito più alte.
Al conto vanno poi aggiunti i 200 milioni in più a titolo di crediti d’imposta per autotrasporto, i 40 milioni di “compensazione dei maggiori oneri” sostenuti dagli agricoltori per comprare fertilizzanti, i 60 milioni di bonus carburante destinato sempre al mondo agricolo, gli ulteriori 100 milioni concessi all’ex Ilva e gli 80 milioni aggiuntivi destinati al trasporto pubblico locale. Per un totale di oltre 600 milioni.
Da dove arrivano le coperture scovate dai tecnici del Mef? Stando al testo pubblicato in Gazzetta ufficiale, 251 milioni sono ottenuti sforbiciando ulteriormente il fondo automotive creato nel 2022 per sostenere la riconversione del settore e la transizione ecologica della filiera dell’auto “in linea con gli obiettivi europei di riduzione delle emissioni nocive”. In pratica, il sussidio temporaneo ai combustibili fossili sarà pagato proprio con le risorse che avrebbero dovuto contribuire a ridurre la dipendenza dalle fonti inquinanti. E scorrendo l’elenco il paradosso continua: 65 milioni per il 2026 e 80 per il 2027 vengono sottratti al Fondo unico per il potenziamento delle reti metropolitane e del trasporto rapido di massa, cioè agli investimenti per il trasporto locale (che incassa 80 milioni ma sul fronte delle spese correnti) e altri 100 milioni al Fondo sviluppo e coesione, il principale strumento nazionale per gli investimenti territoriali.
Visto che ormai si raschia il fondo del barile, ulteriori 80 milioni dovranno essere immolati a valere sul Fondo per far fronte a esigenze indifferibili e altrettanto verrà sottratto al tesoretto previsto dall’ultima legge di Bilancio per finanziare “interventi normativi in materia di mobilità”. Del resto, come è noto, la Commissione Ue ha finora respinto al mittente la richiesta italiana di sospendere il patto di stabilità o applicare all’energia la stessa clausola di salvaguardia prevista per gli investimenti in difesa. Non solo perché per finanziare gli aiuti sono ancora disponibili fondi di coesione non utilizzati e soldi del Pnrr, ma anche perché qualsiasi sostegno fiscale che finisca per aumentare la domanda di energia è controproducente a fronte di un’offerta sempre più scarsa causa mancate forniture dal Golfo.
Il decreto ha visto reazioni di segno diverso da parte delle categorie per cui Giorgia Meloni rivendica sui social di aver adottato “misure concrete”. Se le sigle degli autotrasportatori festeggiano, gongolando per il “riconoscimento” arrivato dal governo che ha portato alla decisione di annullare il fermo previsto da lunedì 25, le associazioni dei consumatori accusano l’esecutivo di non aver fatto abbastanza per gli automobilisti visto che il prezzo del gasolio tornerà ora a superare i 2 euro al litro.