Dove c’è conflitto, c’è fame. E dove c’è fame, spesso c’è conflitto. La giornata di oggi ci ricorda che la sicurezza alimentare, la pace e la stabilità vanno di pari passo. Senza pace, non possiamo raggiungere il nostro obiettivo globale di fame zero; e finché c’è fame, non avremo mai un mondo pacifico”. Così il direttore del World Food Programme nel suo commento alla sorprendente vittoria del Nobel per la Pace da parte della sua organizzazione.

Lascio a persone più esperte di me l’analisi delle dinamiche e delle motivazioni che stanno dietro ai Nobel per la Pace. Ma anche se fosse solo, in questo caso, una mossa di pressione sugli Stati Uniti perché evitino di definanziare le agenzie delle Nazioni Unite, resta il fatto che non hanno premiato l’Organizzazione Mondiale della Sanità ma quella per il cibo. Questa scelta valorizza il tema del cibo che da qualche anno sta diventando sempre più centrale sia da un punto di vista un po’ modaiolo/gastronomico sia dal punto di vista sociale e ambientale.

Il World Food Programme ha come primo scopo quello di far sfamare gli affamati – la sua ultima valutazione è di 690 milioni di persone al mondo – ma è consapevole che la risposta a questa esigenza non è la crescita, non è la superproduzione agricola. Al contrario, già oggi il cibo viene sprecato a vari livelli del suo processo di vita, tra la cattiva gestione della produzione in agricoltura e la cattiva gestione della conservazione presso i consumatori.

    1. Un terzo del cibo prodotto per il consumo umano va perso o sprecato a livello globale. Ciò equivale a circa 1,3 miliardi di tonnellate all’anno, per un valore di circa 1 trilione di dollari.
    2. Tutto il cibo prodotto ma mai mangiato sarebbe sufficiente per sfamare due miliardi di persone. È più del doppio del numero di persone denutrite in tutto il mondo.
    3. Se il cibo sprecato fosse un paese, sarebbe il terzo produttore mondiale di anidride carbonica, dopo Stati Uniti e Cina.
    4. I consumatori nei paesi ricchi sprecano ogni anno quasi la stessa quantità di cibo dell’intera produzione alimentare netta dell’Africa subsahariana.
    5. Nei paesi in via di sviluppo, il 40% delle perdite si verifica in fase di post-raccolta e lavorazione. Nei paesi industrializzati, oltre il 40% delle perdite si verifica durante la vendita al dettaglio e di consumo.

La soluzione non è semplicistica né semplicissima. Non è che il frutto, la verdura, la pagnotta che riesco a salvare oggi a Milano o a Torino compare miracolosamente domattina sul tavolo dell’affamato in Sud Sudan. Ma è tutta una tendenza allo spreco che si può invertire e che può concentrare le risorse, a partire da quelle fondamentali terra acqua energia, in modo che servano a sfamare le persone senza accrescere le emissioni di effetto serra.

La notizia del Nobel all’Wfp ci è giunta mentre partecipavamo con alcuni profughi africani alla manifestazione degli studenti di Friday for Future. Con questo gruppo, detto Ecomori, recuperiamo ogni giorno qualche quintale di frutta e verdura dal mercato di Porta Palazzo. In questo caso stavamo portando banane e uva in quantità ai manifestanti che avevano deciso di prolungare il presidio sotto la Regione.

In qualche modo col Nobel al WFP ci siamo sentiti premiati anche noi, come lo sono quelli di Terra Madre e tutti coloro che anche senza collegamenti col WFP si impegnano perché il cibo sia sostenibile, non sprecato e giusto.

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