Hanno preso città importanti, come Strasburgo, Lione e Bordeaux, altre – ad esempio la stessa Parigi oppure Marsiglia – le hanno vinte insieme ai socialisti. I verdi francesi sono stati i protagonisti della prima elezione postpandemia in Francia e per quanto si tratti di elezioni amministrative la direzione che indicano è importantissima: i cittadini, francesi ma anche italiani, vogliono una classe politica che affronti di petto i temi dell’ambiente. Lo vuole ovviamente quella piccola parte che conosce il tema del cambiamento climatico e che non può che affidarsi a coalizioni che se ne occupino. Ma lo vuole anche la maggioranza delle persone, che intervistate ripetono di essere preoccupate dell’inquinamento dell’aria e dei mari, di volere un trasporto più sostenibile, in definitiva di poter vivere in un ambiente che non li faccia ammalare, che non minacci la loro esistenza. Qualcosa che viene prima di tutto.

Sarebbe dunque semplice, anche per la classe politica italiana, puntare su questi temi per vincere, specie nel centrosinistra. Possibilmente con cognizione di causa, e convinzione, ma anche, qualora non si fosse ancora preparati, almeno strumentalmente per vincere. Non sto auspicando il cinismo, ci mancherebbe, ma almeno la scelta di queste questioni fondamentali dimostrerebbe che c’è un certo fiuto verso i temi cruciali, che in ogni caso sarebbe segno di intelligenza. Invece no. Nel nostro paese in questi anni, mentre l’emergenza ambientale e climatica esplodeva, è successo esattamente il contrario. Il Movimento 5Stelle, nato con una forte anima ambientalista – no agli inceneritori, sì alla mobilità elettrica, elogio del chilometro zero (vedi spettacoli di Grillo), ancora esaltazione delle rinnovabili – ha perso per strada i tuoi temi ecologici. Anzi, li ha letteralmente abbandonati, visto che non stanno al centro dell’agenda politica di governo e visto che i suoi rappresentanti di tutto parlano tranne che di cambiamento climatico. E’ una parabola assurda, a pensarci bene, in totale controtendenza con quanto accadeva nel resto d’Europa.

E il Partito democratico? Letteralmente non pervenuto sull’ambiente. Anzi, peggio. Come nella migliore delle sue tradizioni, il Pd comincia a parlare dei temi che contano quando finalmente, dopo un lungo sonno della ragione e del buonsenso, si accorge che sono diventati cruciali per l’opinione pubblica e allora cerca di metterci la toppa, e comincia parlare vagamente di “green” senza avere per nulla chiaro di che si tratti. Proprio come un tempo si era messo a parlare di giovani e precari quando ormai i giovani precari erano diventati quasi anziani, così oggi nelle parole di Nicola Zingaretti ed altri esponenti è tutto un fiorire di citazioni ambientali. Ma senza una cultura ambientalista vera, tanto che il Pd non scioglie in nessun modo il legame tra protezione ambientale e crescita: un legame niente affatto facile, che andrebbe articolato e approfondito, nonché spiegato alle persone. Ma è chiedere troppo a un partito che è davvero green a giorni alterni – vedi il sindaco Sala che attacca lo smartworking probabilmente sotto la pressione di bar e ristoranti del centro di Milano e dell’area finanziaria – e che non ha tra l’altro nessuna cognizione della complessità e tragicità del cambiamento climatico.

Eppure, eppure, sarebbe facile. Paradossalmente, il cambiamento climatico indica un’agenda univoca, perché le cose da fare sono scritte, argomentate da scienziati ed esperti: e cioè prendere con vigore la strada delle energie rinnovabili, mettendo fine agli scandalosi sussidi alle fossili che ancora esistono e sui quali vige un silenzio tabù – rivoluzionare il trasporto urbano e extraurbano, limitare il trasporto aereo, incrementare quello su rotaia, mettere normative che spingano le persone a consumare molta meno carne e limitare gli allevamenti intensivi, con controlli stringenti, contenere il consumo di suolo, favorire l’agricoltura biologica, impedire ogni forma di deforestazione e ripiantumare là dove si taglia: queste solo alcune delle misure, che non solo non sono alternative a riforme sociali che sostengano il ceto medio, attutiscano le diseguaglianze, introducano sussidi per i lavoratori che perdono il lavoro nel caso di chiusura di aziende inquinanti, ma ne sono parte, come lo erano d’altronde nel progetto originario dei grillini. Dove la protezione ambientale andava in difesa di quelle categorie non rappresentate, appunto precari, lavoratori autonomi e piccoli imprenditori.

E invece ci troviamo vicini a elezioni regionali con i due partiti di governo che ancora non hanno trovato un accordo e rischiano di regalare le Regioni a una destra che di ambiente non sa nulla e che aggraverebbe le condizioni del nostro paese forse in modo irreversibile. Ma questo, davvero, non è possibile. Un accordo va trovato e le politiche per l’ambiente sono quelle da cui si può partire senza conflitti.

Vale per le regionali ma anche per le città: penso a Virginia Raggi, la cui chance di vincere una seconda volta questa è legata alla ripartenza da un’agenda radicalmente verde che è sempre mancata in maniera imbarazzante. Perché la politica italiana non lo fa? Perché è ignorante, perché non è lungimirante, perché si accorge dell’emergenze quando il latte è versato, anzi ormai prosciugato. L’altro motivo è semplice: poiché la stampa e i media non parlano né di ambiente né di clima e di conseguenza la politica crede che non esistano, essendo dipendente da giornali e tv in maniera incoerente e dissennata.

Il silenzio dei media su questi temi è anche, tra l’altro, una delle cause per cui i partiti verdi esistenti – come Europa Verde – n0n decollano. Se i media li ignorano, è difficile farsi conoscere ai cittadini. Ma qui la colpa è di un sistema televisivo lottizzato come mai. E così per colpa di politici e giornalisti, i desideri e i timori dei cittadini vengono ignorati. E il centro-sinistra rischia di nuovo di perdere, quando avrebbe proprio sotto mano la possibilità di andare avanti e vincere ancora. Anzi, gli basterebbe aprire la finestra per intuire, sentendo il caldo torrido, che la cosa giusta da fare è una sola. Lo capirebbe qualsiasi persona, anzi persino un bambino.

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