Se ci fossero tanti Dario Franceschini quante le gatte da pelare che si ritrova il ministro della Cultura e del Turismo, tra le estenuanti mediazioni nel Pd e il ruolo di capo delegazione nel governo Conte, ci sarebbe qualche speranza in più di riuscire a vederlo venire a capo dei nodi che il Covid ha stretto sulle attività cui attende il suo ministero. Non si è mai visto un tale tracollo del mondo dello spettacolo, ormai oltre lo stato d’emergenza, e poi c’è il groviglio del turismo, con tutto quello che vuol dire in Italia (si parla di un 13% di Pil, di un 5% degli occupati stabili, più 2-3 milioni di contratti a termine!).

Il governo si accinge a destinare risorse ingenti per spalmare un bonus vacanze dai 150 ai 500 euro su larga parte della popolazione, legato dunque alle vacanze degli italiani in Italia: ma le aziende più importanti sostengono che il problema vero sia la perdita secca di almeno 31 milioni di turisti stranieri (sui 94 del 2019), e non il mercato interno che quest’estate giocoforza funzionerà.

In un precedente intervento ho dato voce, invece, a un appello di una quarantina di associazioni del turismo attivo e sostenibile, specializzati nell’organizzazione di viaggi a basso impatto ambientale. Ma non sono soltanto queste realtà di nicchia ecologiste a segnare una tendenza che il governo dovrebbe incoraggiare.

Prendiamo a esempio una provincia autonoma come quella di Bolzano, l’Alto Adige-Sudtirol, dove il turismo ha davvero un peso decisivo ed è grandemente sostenuto e diretto a livello pubblico, in notevole armonia con una fitta rete di piccoli e grandi imprenditori del settore. Il sistema sudtirolese non si è limitato a far spazio alle grandi – e spesso più discutibili – infrastrutture, come gli impianti di risalita per puntare sullo sci, ma ha avuto cura di sostenere una bella rete di piccoli agriturismi, che contribuiscono a conservare l’equilibrio del territorio e a offrire esperienze uniche a chi cerca contesti più naturali, come appunto tante famiglie di nord-europei che prenotano anno dopo anno gli appartamentini in questi masi.

Eppure per anni sembrava vincere solo la formula del grand hotel di lusso votato alla logica del “tutto dentro”, con piscine, spa, cliniche e quant’altro per sequestrare il cliente all’interno della struttura, ma ora si stanno facendo decisamente largo realtà diverse, alcune anche consortili, che lavorano specificatamente proprio sulla valorizzazione dell’outdoor o della ricchezza enogastronomica e della cultura locali.

Si è ormai consolidato da tempo, per esempio, il marchio Vitalpina, che indica appunto un programma di vacanza strettamente legato al contesto montano delle Alpi: si tratta di alberghi particolarmente rivolti alla clientela attiva, che offrono non solo escursioni a piedi o in bici, arrampicate e sport vari, ma anche grande cura, per esempio, nella scelta dei menù e delle erbe officinali del luogo, oppure dei contesti particolari per la fotografia o gli eventi musicali.

Un’altra esperienza da studiare, più recente, è quella dei cosiddetti Vinum Hotels, una trentina di strutture a conduzione familiare sparse nelle varie zone vinicole dell’Alto Adige e gestite personalmente da appassionati esperti del vino, in grado di organizzare programmi a tema, visite guidate, degustazioni, corsi.

Si va dal maniero Stroblhof, tenuta vinicola di Appiano, all’albergo Pacherhof ricavato proprio all’interno del pregiato vigneto da bianchi sopra l’abbazia di Novacella, dal castel Plars di Lagundo con le sue antiche cantine fino ad arrivare a nuove strutture d’ultra-design, come il curatissimo Muchele di Postal, gestito da tre giovani sorelle, poco fuori Merano.

Con questi esempi s’intende dire che far crescere un certo tipo di turismo non significa incentivare per forza quel genere di vacanze che molti liquiderebbero subito come radical chic, ma anche e soprattutto le offerte turistiche che contribuiscono alla valorizzazione autentica del territorio e delle sue risorse, che siano vini o persino erbe.

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