Dodici persone, già condannate in primo grado con l’accusa di appartenere a un clan della mafia nigeriana a Palermo, rischiano la scarcerazione. Per i giudici della corte d’Assise d’Appello di Palermo lo stop delle udienze ordinato per l’emergenza coronavirus avrebbe dovuto prorogare anche i termini di custodia cautelare. Ma secondo il Riesame l’emergenza causata dal Covid-19 non giustifica ulteriori slittamenti per chi si trova in carcere. La scadenza dei termini è fissata per il prossimo 21 maggio, a due anni dalla sentenza di primo grado: secondo la Corte si poteva slittare di un mese e mezzo, usufruendo della sospensione, ma per il Riesame non è possibile sospendere i termini.

A puntare alla scarcerazione sono dodici presunti boss arrestati nel novembre 2015 in uno dei primi blitz della Dda di Palermo e della Squadra Mobile sui cult nigeriani: la Black Axe, radicata nel quartiere storico di Ballarò. Il 21 maggio 2018 furono condannati con il rito abbreviato e adesso potrebbero tornare in libertà. Lunedì, infatti, la Corte dovrà decidere se ascoltare o meno tre collaboratori di giustizia indicati dalla Procura generale, allungando ulteriormente i tempi processuali. I termini scadono il prossimo 21 maggio.

La richiesta è stata presentata lo scorso 5 marzo dal pm Gaspare Spedale (titolare dell’indagine originaria, recentemente applicato anche in Appello) e riguarda l’audizione di Edos Aghamioghogho (fratello di uno degli imputati), Francesco Lombardo ed Emanuele Cecala o in alternativa di acquisire i verbali degli interrogatori già svolti con i pm. Il 30 marzo la Corte aveva deciso la sospensione dei termini di custodia, facendo riferimento al periodo di sospensione dell’attività giudiziaria, inizialmente compreso tra il 9 marzo e il 15 aprile, e poi prorogato fino all’11 maggio. Decisione adesso annullata dal Riesame presieduto dalla giudice Antonia Pappalardo, che si è espresso sul ricorso presentato dal difensore di Evans Osaymwen, condannato a 4 anni e otto mesi in primo grado.

“Abbiamo contestato sin dall’inizio questa decisione”, dice l’avvocato Cinzia Pecoraro, difensore di uno degli imputati, che deve ancora condurre la propria arringa difensiva. A fine 2019 il Tribunale ha assolto cinque persone (una condannata per violenza sessuale) arrestate nello stesso blitz del 2015 e processate con il rito ordinario: in quell’occasione l’arringa dell’avvocato Pecoraro durò quattordici ore, divise in due udienze. “Lunedì la Corte dovrà esprimersi unicamente sulla richiesta del pg e se si dovesse decidere di ascoltare i tre collaboratori i tempi diventerebbero davvero lunghi – continua la legale -, ma anche senza il loro esame non credo sia possibile fare delle arringhe difensive di diverse ore indossando delle mascherine, credo si debba rinviare anche per attività del genere”. “Sicuramente quello della scarcerazione era un rischio paventato ben prima dell’emergenza coronavirus”, dice invece l’avvocato Antonio Bertei, legale di un’imputato condannato a 6 anni. Nel processo oltre ai dodici a rischio scarcerazione sono imputati anche una donna che ha già scontato la pena e il primo pentito della mafia nigeriana, cioè Austine Johnbull, già condannato definitivamente in un altro procedimento. In questi giorni la Procura generale sta valutando se ritirare o meno la richiesta di audizione dei tre collaboratori e la Corte potrebbe decidere di fissare delle udienze ravvicinate per aggirare il rischio scarcerazione.

Sostieni ilfattoquotidiano.it: mai come in questo momento abbiamo bisogno di te

In questi tempi difficili e straordinari, è fondamentale garantire un'informazione di qualità. Per noi de ilfattoquotidiano.it gli unici padroni sono i lettori. A differenza di altri, vogliamo offrire un giornalismo aperto a tutti, senza paywall. Il tuo contributo è fondamentale per permetterci di farlo. Diventa anche tu Sostenitore

Grazie, Peter Gomez

ilFattoquotidiano.it
Sostieni adesso Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

Coronavirus, un altro mafioso ai domiciliari: “Indubbio il suo spessore criminale ma per l’emergenza non può essere curato in carcere”

next