Un articolo apparso di recente su Tuttogreen, l’inserto de La Stampa dedicato all’ambiente, della cara amica e giornalista Elisabetta Corrà, fa luce su un fenomeno tanto diffuso quanto pazzesco, e cioè l’allevamento di specie selvagge.

Da noi l’attenzione al riguardo si è sempre concentrata sugli allevamenti di animali da pelliccia. Francamente, io sono caduto dalle nuvole quando ho saputo che in Sudafrica è lecito invece allevare leoni (talvolta in condizioni spaventose), per poi alimentare la “caccia in scatola” (il safari facilitato, un po’ come da noi sparare ai fagiani nelle riserve) esercitata da umani senza raziocinio, oppure alimentare il mercato delle ossa leonine così richieste da cinesi con il problema di cui sopra.

Questo prima della pandemia. All’avvento di questa si è squarciato il velo sugli allevamenti di specie selvatiche proprio qui in Cina, dove l’addomesticamento della fauna selvatica è stato in questi anni incentivato dal governo in quanto, a detta dello stesso, dovrebbe essere una parte fondamentale dello sviluppo rurale, dell’ecoturismo e della riduzione della povertà: 20000 allevamenti ora chiusi (temporaneamente), dove si allevavano 54 specie selvatiche, alcune anche a rischio di estinzione.

Chiusi perché si temeva che proprio da qualche allevamento potesse essersi diffuso il virus (è il fenomeno dello spillover, cioè il salto da animale a uomo, che pure animale è), non già – ovviamente – per la barbarie di allevare animali che devono vivere liberi e non in gabbia.

Ma torniamo al Sudafrica, perché di questo parla l’articolo. È del 28 febbraio scorso la proposta del governo di ampliare l’allevamento di specie selvatiche includendo, a mero titolo di esempio, zebre, giraffe, rinoceronti, ippopotami. Insomma, le specie selvatiche sudafricane verrebbero pressoché tutte assoggettate anche ad allevamento, e conseguente uccisione.

Come giustamente osserva la giornalista, tale proposta ha un che di sconvolgente sia per la scelta a monte di allevare specie animali da sempre in libertà; sia per le condizioni in cui verrebbero allevate, i trattamenti sanitari cui sarebbero sottoposte, etc.; sia per un fattore genetico, poiché si creerebbero di fatto due specie dello stesso animale, una in libertà e una in cattività, con il rischio tra l’altro di una possibile contaminazione.

Chissà che ora la pandemia non causi fra i riflessi positivi che avrà (non ce ne sono solo di negativi, sarebbe ora di ripensare al nostro demenziale sviluppo) anche una retromarcia del progetto. L’allevamento di animali domestici o da reddito (orribile parola) ha già un impatto disastroso sull’ecosistema.

Addirittura ampliarlo alle specie selvagge sembra davvero, oltre che inutile, crudele verso gli animali e pericoloso per l’uomo stesso. Ma, del resto, come disse un giorno Stefano Mancuso in una conferenza cui assistetti: “Quale differenza fra un uomo e una mucca? La mucca mai più penserà di suicidarsi, l’uomo invece quotidianamente crea le condizioni per farlo.”

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