Ci troviamo, ormai da diverse settimane, nel pieno di quella che l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) ha dichiarato essere “un’emergenza internazionale di salute pubblica”.
Trattasi del Covid-19, un nuovo ceppo di coronavirus mai identificato prima nell’uomo che, nel momento in cui scriviamo, ha causato oltre 16.000 decessi e contagiato più di 380.000 persone nel mondo, con 6.000 morti e oltre 64.000 positivi solo in Italia.

Come la maggior parte (circa il 70%) delle malattie umane fino ad oggi conosciute, anche questo virus deriva da un’interazione più o meno diretta fra animali, selvatici e addomesticati, e l’essere umano. Queste patologie sono dette zoonotiche, in quanto partono dall’animale e arrivano all’uomo attraverso un salto di specie del virus chiamato spillover. Lo scambio di patogeni è favorito in quei luoghi che agevolano il contatto interspecifico: non solo i mercati, legali o illegali, in cui si concentrano molti individui e più specie animali, ma anche i terreni deforestati che privano la fauna autoctona del loro habitat e gli allevamenti intensivi, tutti complici del deterioramento degli ecosistemi e della perdita di biodiversità.

Al momento non ci sono evidenze scientifiche, ma si ritiene che il fatidico spillover che ha generato la pandemia di Covid-19 sia avvenuto proprio in un mercato, quello di Wuhan in Cina: una situazione che vede la presenza di molte persone in relazione con animali morti e animali vivi. Lo scenario più probabile suggerisce che il serbatoio del patogeno sia una specie di pipistrello ampiamente presente in Cina e che il coronavirus sia arrivato all’essere umano tramite il passaggio attraverso un ospite intermedio.

A rileggerlo oggi pare incredibile, ma un libro uscito nel 2012 anticipò con stupefacente esattezza tutti i dettagli di questa recente pandemia. Parliamo del saggio Spillover, che tratta appunto il salto di specie, scritto da David Quammen, divulgatore scientifico e giornalista. Il testo parla della diffusione dei nuovi patogeni e delle grandi epidemie e spiega come questi devastanti virus siano la risposta della natura all’assalto dell’uomo nei confronti degli ecosistemi e dell’ambiente. Secondo Quammen “stiamo invadendo e alterando gli ecosistemi con sempre più decisione, esponendoci a nuovi virus e offrendoci come ospiti alternativi. Siamo troppi e consumiamo le risorse in modo avido, e ciò ci rende una specie di buco nero che attira tutto, anche i virus. Dobbiamo ridurre velocemente le attività che impattano sull’ambiente, ridimensionare la popolazione e porre un freno alla domanda delle risorse.”

Negli ultimi 30 anni la frequenza delle zoonosi è aumentata a dismisura. Uno degli esempi è l’Aids, originata dal contatto umano con il sangue infetto di scimpanzé e scimmie durante una battuta di caccia nell’Africa centrale del 1920, ma ce ne sono molte altre. Risale al 2002 in un mercato cinese la comparsa della Sars, causata da un coronavirus trasferitosi dai pipistrelli prima agli zibetti e poi agli umani, provocando oltre 700 morti. Si scopre invece nel 2012 la Mers, sviluppatasi nel Medio Oriente e trasmessa dai pipistrelli ai cammelli fino all’essere umano, uccidendone oltre 800. Anche l’Ebola, individuata in Congo già negli anni 70 e responsabile di 15.000 decessi, viene veicolata agli umani da un pipistrello, l’Eidolon helvum.

Purtroppo non finisce qui: anche gli allevamenti di animali utilizzati a scopo alimentare sono ambienti favorevoli allo sviluppo di epidemie. Il primo caso riguarda l’encefalopatia spongiforme bovina (BSE), nota anche come morbo della mucca pazza, scoperto in Gran Bretagna nel 1986 ed esploso negli anni 90. Agli animali allevati venivano somministrati mangimi arricchiti con farine prodotte dall’incenerimento delle ossa di altri bovini: un caso di cannibalismo, quindi. Il Regno Unito è stato l’epicentro dell’epidemia, con i decessi di 160 persone e migliaia di mucche.

Nel 2009 si diffonde la suina (influenza A/H1N1), in particolare tra Stati Uniti e Messico, causando 200.000 morti. Questa patologia si trasmette dagli uccelli prima ai maiali e poi all’uomo.
Nel 2003 molte specie di uccelli, inclusi quelli allevati come polli e galline, contraggono l’influenza aviaria. Originaria delle zone del Sud Est asiatico, si è poi diffusa in tutto il mondo, Italia compresa, uccidendo circa un migliaio di persone e causando l’abbattimento di milioni di volatili rinchiusi negli allevamenti, soprattutto a scopo preventivo.

Gli esperti concordano sui fattori che causano la propagazione di queste malattie sempre più pericolose e difficili da contrastare. Tra questi l’urbanizzazione, che riduce lo spazio riservato alle specie selvatiche e favorisce le possibilità di contatto con l’uomo, la crisi climatica e lo sfruttamento oltre ogni limite degli animali allevati a scopo alimentare. L’impatto maggiore potrebbe derivare però dalla deforestazione, che causa la devastazione degli ecosistemi principalmente per far spazio ad allevamenti bovini e a nuove coltivazioni intensive (soprattutto soia) destinate al foraggio animale. La carne e il mangime ricavati dal disboscamento di queste terre finiscono in tutto il mondo, Italia compresa, che si colloca tra i primi acquirenti con oltre 27.000 tonnellate di carne bovina importati solo nel 2018 dal Brasile.

Per quanto riguarda la correlazione tra la crisi ecologica e l’epidemia in corso nel nostro paese, un recente studio effettuato dall’Arpa, in collaborazione con le Università di Bologna e di Bari, ha evidenziato una possibile correlazione tra l’inquinamento atmosferico e i casi di Covid-19 riscontrati. Pare che, nelle zone in cui sono state rilevate le maggiori concentrazioni di PM10, le curve di espansione dell’infezione abbiano subito accelerazioni anomale. Il particolato è infatti un efficace vettore di trasporto per molti contaminanti, virus compresi. Lo conferma Gianluigi de Gennaro dell’Università di Bari: “Le polveri fanno da carrier, è necessario ridurre al minimo le emissioni sperando inoltre in una meteorologia favorevole”. Proprio nella Pianura padana, una delle zone più inquinate d’Europa e che detiene il triste primato di positivi al Covid-19, si concentra il maggior numero di allevamenti intensivi, tra i principali settori che contribuiscono all’inquinamento atmosferico.

Un elemento comune dei proliferare dei virus è quindi lo sfruttamento eccessivo del pianeta, dovuto anche alla produzione industriale di carne e agli allevamenti.

Se tutti vogliamo mangiare la fettina o l’hambuger, oltre ad uccidere miliardi di animali confinati in luoghi orribili, dobbiamo devastare ecosistemi e sprecare preziose risorse per convertirli in carne, ereditando da questo processo un ambiente in cui siamo più esposti ai virus.

Due sono i fattori che saranno fondamentali per il nostro futuro: l’attuazione di politiche contro l’emergenza ambientale, già sollevate da movimenti ecologisti e organizzazioni per la protezione degli animali e una maggiore consapevolezza, in ciascuno di noi, dell’impatto del nostro stile di vita e delle nostre abitudini alimentari. I nostri consumi saranno scelte personali, ma sono indissolubilmente legati a un sistema di produzione i cui effetti collaterali hanno conseguenze sul pianeta e sull’intera comunità.

Foto di Jo-Anne McArthur
Memoriale Coronavirus

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