A dieci anni di distanza non è facile prendersi cura della memoria di Lea Garofalo. Non è facile perché la coraggiosa donna calabrese, uccisa per essere diventata testimone di giustizia e oggi, finalmente, un simbolo di legalità per tutti, è stata lasciata sola da noi, dalle Istituzioni, dallo Stato. La sua è una storia sbagliata perché tutti noi ci siamo accorti di Lea quando ormai era troppo tardi.

“Le spaccammo le ossa mentre il corpo bruciava” disse Carmine Venturino nel 2013, l’allora fidanzatino di Denise, la figlia di Lea, assoldato dal padre per controllarla. E fu proprio grazie alle sue dichiarazioni che fu possibile trovare Lea: 2812 frammenti ossei gettati in un tombino. E insieme alcuni accessori che sua figlia Denise ha dovuto riconoscere. Lea è stata picchiata, strangolata, fatta a pezzi mentre il suo corpo bruciava. Doveva scomparire per il compagno, Carlo Cosco, un criminale che trafficava con i suoi amici – anche nella casa di Milano dove viveva con Lea.

La donna è riuscita a ribellarsi perché non voleva che sua figlia crescesse in quel mondo di violenza e morte. Anche suo padre, pure lui mafioso, era morto ucciso dalla mafia. Non esiste perdono per i mafiosi. Questo Lea lo aveva capito, sin da subito. Ma non poteva sapere che sarebbe rimasta sola.

Lontana da casa, con una nuova identità e la sua bambina, Lea viene prima esclusa dal programma di protezione, in attesa di un riconoscimento come testimone di giustizia che invece non arriverà mai. Nel 2006, dopo essere riammessa e poi uscita di nuovo dal programma di protezione, senza soldi e sola con la bambina, Lea si avvicina di nuovo al suo ex, al padre di sua figlia. Ma non esiste perdono per la mafia e quella figlia non è stata, come pensava, la sua assicurazione sulla vita. Lea è stata uccisa di nuovo anche quando sua figlia è rimasta a vivere per un anno in casa con suo padre, prima che l’arrestassero.

Questo è un Paese strano che oggi ha più che mai bisogno di eroi. Ma non siamo in grado di intervenire a difesa dei giusti prima che questi diventino dei simboli. C’era bisogno che Lea morisse prima di renderci conto che quel criminale con cui viveva era pericoloso e che la ‘ndrangheta uccide chi si oppone, chi cerca di resistere, chi tradisce? Lo sapevamo già dieci anni fa che la ‘ndrangheta non perdona e non protegge né donne né bambini. Lea non avrebbe dovuto sentire mai la necessità di rivolgersi al padre di sua figlia.

Tuttavia la sua storia e il suo coraggio ci hanno lasciato tanta speranza, insieme alla volontà di cambiare le cose. Nel 2013, quando finalmente Lea ha potuto ricevere un funerale, dagli altoparlanti, la voce di Denise, che è sotto protezione, ha salutato così la sua mamma: “Per me è un giorno molto triste, ma la forza me l’hai data tu. Grazie per quello che hai fatto per me, grazie per darmi una vita migliore. Se è successo tutto questo è solo per il mio bene e non smetterò mai di ringraziarti. Ciao mamma”.

Sono le donne come Lea che possono guidare una rivolta contro la mafia. Sono le donne come Lea, e negli anni ce ne sono sempre di più, che non vogliono un destino già segnato per i propri figli. Sono le donne come Lea che ci permettono di sperare. È il loro amore verso i figli e verso la verità che ci fa credere la mafia si può sconfiggere e che ognuno di noi può fare qualcosa. Lea è simbolo di legalità e al contempo del fallimento dello Stato ma la sua battaglia, dieci anni dopo, continua con più forza. E non ci possiamo più girare dall’altra parte.

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