Quando la polizia era andata arrestarlo la notte tra il 19 e il 20 dicembre 2018, il boss Rocco Devona della cosca Megna di Papanice non c’era a casa. Scorrendo la chat di Telegram sul suo cellulare, però, gli investigatori hanno trovato un messaggio poche ore prima del blitz. C’era scritto solo “Ehi” e proveniva da un numero registrato nella rubrica sotto il nome “Amore mio”. In realtà quel contatto non era la moglie del boss ma il sovrintendente capo della polizia di Stato Massimiliano Allevato, 52 anni, in servizio presso la questura di Crotone.

Con l’accusa di concorso esterno con la ‘ndrangheta e rivelazione di atti coperti dal segreto d’ufficio il poliziotto è stato arrestato dai suoi stessi colleghi. L’ordinanza di custodia cautelare è stata eseguita stamattina su richiesta del gip Carlo Paris che ha condiviso le indagini coordinate dal procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri e dai sostituti procuratori della Dda Paolo Sirleo e Domenico Guarascio.

In sostanza, il poliziotto (già in servizio presso la Squadra mobile) avrebbe consentito al boss Devona di sfuggire all’arresto nell’operazione “Tisifone”. Non era la prima volta. Dalla ricostruzione dei messaggi rinvenuti dagli investigatori, il poliziotto era in contatto da mesi con l’esponente della cosca Megna registrato nella sua rubrica con il falso nome di “Antonio Garofalo”. I due erano soliti comunicare attraverso il social network in modalità “chat segreta”, che prevede l’autodistruzione dei messaggi con i quali Devona chiedeva se ci fossero novità sulle indagini (“news?”) o, peggio, se fossero programmati arresti da lì a breve.

“Almeno noi no di sicuro”. “Tutto tace”. “Hanno fatto la comunicazione… e noi l’abbiamo mandata al ministero”. Dalle conversazioni, il boss era informato anche sui movimenti dei magistrati: “Ho saputo che sono due volte che Gratteri va a Tolmezzo (dove si trova un carcere di alta sicurezza, ndr) con Luberto (procuratore aggiunto di Catanzaro, ndr) e i cugini (carabinieri, ndr). Lì c’è Barilla come la vedi?”. Il riferimento era a Gaetano Barilari, altro boss della ‘ndrangheta di Crotone al quale, secondo Devona, i magistrati avrebbero proposto di collaborare con la giustizia (“Lo sentono. Gli fanno la proposta”). A quel messaggio, il poliziotto ha risposto subito con un secco: “U fattu è serio”. Dopo qualche giorno, però, è tornato sull’argomento “Di quel fatto da noi (intende in questura a Crotone, ndr) non si sa assolutamente nulla”.

Che il sovrintendente Allevato fosse una sorta di spia della cosca Megna lo si percepisce anche da alcune intercettazioni ambientali come quella del 17 giugno 2018. Con sei mesi in anticipo, Devona sapeva di essere nell’elenco dei soggetti che la Dda di Catanzaro avrebbe dovuto arrestare. Ne parla con Santo Claudio Papaleo della cosca di Isola Capo Rizzuto, nel tentativo di cercare un rifugio qualche giorno prima del blitz: “Ce lo hanno mandato a dire, quindi, due o tre di noi ce ne andiamo”.

Di Massimiliano Allevato (che ha ammesso di essersi fatto prestare dei soldi da Devona) ne parla anche il collaboratore di giustizia Luigi Bonaventura, un tempo esponente della cosca “Vrenna-Bonaventura”. Durante un interrogatorio, avvenuto il 19 aprile 2016, il pentito ha affermato di avere conosciuto il poliziotto tramite il cugino di quest’ultimo. La prima volta, l’allora boss di Crotone incontrò Allevato durante un posto di controllo: “Avvicinai Max e dissi che avevo con me una pistola 9×21 e che dovevo andare via. Lo stesso parlò con il capo pattuglia e mi fecero andare via”.

Negli anni 1999-2000, Bonaventura aveva intrapreso un rapporto più stretto con il poliziotto infedele: “Io stesso mi recai a casa sua – mette a verbale il pentito – e ci mettemmo d’accordo circa la ‘collaborazione’ che lo stesso era disposto a fornirmi. Ci accordammo nel senso che lui mi forniva delle informazioni in cambio del denaro”. In un’occasione, Allevato lo informò che all’interno di un’auto di tale Franco Murgeri c’erano installate delle cimici: “Max mi chiamò e mi fece andare a casa sua alla presenza di sua moglie, la quale era perfettamente a conoscenza del nostro accordo. In tale occasione lasciai una busta con del denaro a Max per la notizia fornitaci”.

Nel motivare l’arresto in carcere di Allevato, il gip sostiene che, nei suoi confronti, sussistono i pericoli di inquinamento probatorio e di recidiva: “La sua disponibilità ad agevolare le cosche di ‘ndrangheta operanti nel crotonese – è scritto nell’ordinanza – perdura da circa un ventennio e attraverso forme resesi sempre più sofisticate”.

Assieme al poliziotto, stamattina è stato arrestato Francesco Monti, di 34 anni di Papanice, accusato di associazione mafiosa. Nipote del boss Mico Megna, Monti è conosciuto con il soprannome di “bandito” e, anche lui, era in contatto con il boss Devona. Da quest’ultimo e dallo zio, secondo gli inquirenti, Monti “riceve le direttive operative, contribuisce alla operatività della cosca, prendendo parte alle cerimonie di affiliazione, gestendo il mercato degli stupefacenti, partecipando alle attività estorsive e curando i rapporti tra gli associati”. Anche per lui si sono spalancate le porte del carcere su richiesta della Dda di Catanzaro.

Foto di archivio

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