Tutti d’accordo in nome dell’economia circolare all’italiana. A proposito di Eow (End of waste) cioè del quando e come un rifiuto, dopo riciclo, cessa di essere tale e ridiventa “prodotto”. Questione ovviamente molto rilevante ai fini della tutela ambientale. La storia è lunga e molto “tecnica”. Rinviando ad altri scritti (vedi G. Amendola, Fine rifiuto dopo recupero: quando si verifica veramente?, ottobre 2016) per approfondimenti, mi limito a una estrema sintesi.

La Ue prevede alcune condizioni in base alle quali decretare la fine-rifiuto, ma ne demanda l’applicazione o a regolamenti comunitari o, in loro assenza, ad atti degli Stati membri. L’Italia sin dal 2010 ha stabilito che, in assenza di regolamenti comunitari di esecuzione, dovessero essere emanati dal Ministero dell’Ambiente appositi decreti applicativi per singole e specifiche categorie di rifiuti; e che in loro attesa fossero utilizzati alcuni vecchi decreti ministeriali emanati a proposito del recupero semplificato di rifiuti. Ma il Ministero se ne è dimenticato: in sei anni ha fatto solo un decreto sui combustibili fossili secondari mentre la Ue ha emesso regolamenti per rottami metallici, rottami di vetro e rottami di rame.

Creando ovviamente un vuoto molto pericoloso per le imprese che continuavano ad avere “rifiuti” (con tutti gli obblighi relativi) anche dopo un recupero completo dei loro scarti. E così, il Ministero dell’Ambiente, invece di fare il suo dovere e affrettarsi a fare i decreti che gli competevano, nel 2016 si è inventato una bella circolare (vedi G. Amendola, Fine rifiuto (EoW) caso per caso: questa volta il Ministero dell’Ambiente ha esagerato, dicembre 2016) per dire che su Eow decidono le regioni e non lo Stato; di modo che, in assenza di criteri nazionali, ogni regione può decidere sue condizioni e suoi criteri per decretare la cessazione di un rifiuto. Ovviamente con il rischio di gravi pericoli per l’ambiente e di notevoli distorsioni economiche.

Il che avveniva con il rilascio di numerose autorizzazioni regionali in cui si decretavano condizioni molto elastiche e diseguali anche per rifiuti pericolosi. Il Veneto, tuttavia, aveva ritenuto (giustamente) che la legge valesse più di una circolare, ma il Tar veneto gli diede torto. Si arrivava così al Consiglio di Stato che nel febbraio 2018 con una bella sentenza annullava il Tar e, criticando aspramente la circolare del Ministero, concludeva che “la previsione della competenza statale in materia di declassificazione ‘caso per caso’ del rifiuto appare del tutto coerente, oltre che con la citata direttiva Ue, anche con l’articolo 117, comma secondo, lettera s) della Costituzione che, come è noto, attribuisce alla potestà legislativa esclusiva (e, dunque, anche alla potestà regolamentare statale), la tutela dell’ambiente e dell’ecosistema. È del tutto evidente che, laddove si consentisse a ogni singola Regione, di definire, in assenza di normativa Ue, cosa è da intendersi o meno come rifiuto, ne risulterebbe vulnerata la ripartizione costituzionale delle competenze tra Stato e Regioni”.

Riscoppiava il panico. Il Sole 24 ore evocava “il caos”. E iniziavano i tentativi non per dare finalmente esecuzione alla legge, ma per mettere nel nulla la sentenza del Consiglio di Stato. Ci provava il Ministero dell’Ambiente a dicembre 2018 con un articolo per il decreto semplificazioni che, all’ultimo momento, veniva (fortunatamente) ritirato. Ci riprovava, a giugno 2019, con un articolo del cosiddetto decreto sblocca cantieri che in realtà non diceva niente di nuovo e aumentava la confusione. Tanto che lo stesso ministro Sergio Costa, di fronte alla Commissione ecomafia, il 12 settembre 2019 riconosceva che questa modifica “non può ritenersi risolutiva di tutte le esigenze del settore”.

E così arriviamo ai giorni nostri quando, in commissione ambiente, si è raggiunto, con ampia condivisione, un compromesso per cui, in assenza di regolamentazione generale della Ue o dello Stato, possono decidere le Regioni rifacendosi ai criteri comunitari. Lo Stato ha un potere di controllo, a campione, su queste autorizzazioni regionali che devono comunque essere pubblicate in un apposito archivio.

Insomma, lo Stato viene messo da parte con ruolo solo secondario e nominale per eventuali controlli a campione nell’ambito di un complicato e lungo iter burocratico. E si delega tutto nuovamente alle regioni. Ignorando totalmente il dettato costituzionale, giustamente richiamato dal Consiglio di Stato, secondo cui la competenza per la tutela ambientale in tema di rifiuti spetta solo allo Stato; con la conferma di numerose sentenze della Corte costituzionale secondo cui all’attribuzione allo Stato della competenza in ordine alla disciplina dei rifiuti consegue che “non sono ammesse iniziative delle Regioni di regolamentare nel proprio ambito territoriale la materia” e che occorre “garantire il rispetto dei livelli uniformi di tutela apprestati dallo Stato”.

Così come approvato in commissione ambiente, quindi, questo emendamento non può essere condiviso e, se diverrà legge, rischia di essere dichiarato incostituzionale. E di nuovo si griderà all’emergenza e tornerà il caos paventato da Confindustria. La mia speranza è che in sede legislativa siano a esso apportate almeno due modifiche per ridare in qualche modo allo Stato un ruolo decisivo.

La prima per stabilire che ogni autorizzazione rilasciata dalle regioni su Eow per rifiuti non regolamentati a livello comunitario o nazionale debba essere sottoposta immediatamente, prima di diventare operativa, al vaglio del Ministero dell’Ambiente che ne garantirà, con possibilità di modifica, l’aderenza alla legge e la uniformità sul territorio nazionale. La seconda per stabilire che, comunque, si tratta di una disciplina transitoria (per l’emergenza) in attesa che il Ministero dell’Ambiente si decida finalmente a emanare decreti attuativi validi per tutto il territorio nazionale.

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