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Tra capire se “È vivo un fiume?” e assegnargli dei diritti il passo è breve. Il dono di Robert Macfarlane

Lo scrittore sa farti essere lì, nei luoghi che descrive, e non è da poco. E questa volta il “lì” è appunto l’acqua, interpretata da tre fiumi, uno in Ecuador, uno in India, uno in Canada
Tra capire se “È vivo un fiume?” e assegnargli dei diritti il passo è breve. Il dono di Robert Macfarlane
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Credo di sapere perché non mi ero ancora deciso di leggere l’ultimo libro di Robert Macfarlane È vivo un fiume?. Eppure con Macfarlane ci conosciamo da anni, da quando io lessi il suo magnifico “Luoghi selvaggi” e lui mi fece la prefazione a “Verde Clandestino”. Ho letto tutti i suoi libri successivi, ma questo ci ho impiegato un po’ a prenderlo in mano. Credo di sapere perché: perché io mi sento un essere d’acqua, che s’incanta come un bimbo di fronte all’acqua che scorre per minuscolo che sia il rivolo, ed altresì un essere che dall’acqua piace essere avvolto. E che pertanto sta male se la vede ammorbata, o, peggio, incanalata o sbarrata. Ancora ricordo la terribile scritta di tanti anni addietro “Visitate la valle prima che l’Enel la distrugga” in quella Valle Gesso in cui l’ente di stato avrebbe in effetti distrutto la Valle delle Rovine con uno dei più grandi impianti di pompaggio in Europa.

Macfarlane ha il dono di farti essere lì, nei luoghi che descrive, e, permettetemi, non è un dono da poco. E questa volta il “lì” è appunto l’acqua, interpretata da tre fiumi, uno in Ecuador, uno in India, uno in Canada. Tutti e tre aventi a che fare con lo sviluppo: il primo, nelle mire dell’industria aurifera (l’oro, non serve a nulla ma denota la ricchezza di una nazione), il secondo, ucciso dall’industria chimica (senza la chimica il sistema crolla), il terzo, oggetto di un possibile sfruttamento idroelettrico che cancellerebbe il fiume (eccola, l’energia green che uccide la natura, il nuovo affare del capitalismo). E il lì è anche la vita del fiume e della natura che lo circonda, persino dove di natura viva sembra non essercene più come nel caso del Chennai (ma le sue tartarughine dove le mettiamo?). E dalla considerazione che un fiume è vivo a quella che è detentore di diritti il passo è breve, ed è un passo che in molti angoli del globo ha consentito di proteggere il fiume, il suo corso e la sua foresta come nel caso di Los Cedros.

Tre capitoli, dunque, dicevo: uno che descrive un luogo integro che ha respinto le ingiurie dell’uomo, un secondo che le ha subite, un terzo che le potrebbe subire. Ed è appunto l’ultimo capitolo il più drammatico: la descrizione di uno degli angoli più selvaggi del pianeta, con un fiume che l’autore con amici ridiscende in kayak, ma ecco lo spettro mortifero di un’ennesima diga che ucciderebbe la vita. “Se riuscissero a sbarrare questo fiume, i dirigenti della Hydro-Quebec, bè, mi ricordano una frase di Tacito Hanno fatto il deserto e l’hanno chiamata pace. Da cui (il passo è breve) “se sbarrano questo fiume ricordami di cominciare a far saltare le dighe” (guardatevi in proposito La foresta di smeraldo e Night Moves). Un’opera densa, piena, che non può non farti riflettere sul mondo che abbiamo da un lato creato e dall’altro distrutto, un mondo che saremmo però ancora in grado di violentare, anche se il capitalismo è “giunto allo stadio terminale”. Ma chi acquista un libro di Macfarlane probabilmente tutte queste cosa le sa già.

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