Quando qualche giorno fa ho letto che sei caccia F-35 italiani erano stati rischierati in Islanda per una missione di air policing, una vocina dentro di me ha cominciato ad agitarsi. “Poffardio” esclamò (non fateci caso, è una vocina alquanto depassée) “perché mai mandano gli F-35?”. Air policing, in italiano “sorveglianza dello spazio aereo” secondo la pubblicazione dello Stato maggiore Difesa Smd-G-024 Glossario dei termini e delle definizioni, si fa con aerei intercettori e non con cacciabombardieri. Gli F-35 sono aerei da attacco, non da difesa.

L’Aeronautica militare italiana per proteggere i cieli da eventuali incursioni usa infatti gli Eurofighter Typhoon. Tant’è che per la precedente missione italiana in Islanda, svoltasi dall’11 marzo di quest’anno, furono inviati infatti sei Typhoon. E gli F-35 sono assegnati al 32° Stormo di Foggia-Amendola, la cui missione secondo il sito ufficiale dell’Ami è “acquisire e mantenere le capacità di effettuare operazioni di attacco, combinate e di supporto alle forze di superficie contro obiettivi relativi alle forze e al potenziale bellico nemico”. Operazioni di attacco; di difesa aerea non si parla proprio. A meno che non ci sia un piano segreto ordito assieme a Donald Trump di bombardare le foche della Groenlandia per aver rifiutato l’offerta di farsi comperare assieme a tutti gli inuit.

Tra l’altro è ben singolare che per una missione certamente critica come la difesa dello spazio aereo islandese (l’isola è piena di geyser e vulcani, ma non ha forze armate) si usi un aereo che ancora non ha la cosiddetta Foc, Full Operational Capability, la piena capacità operativa. Gli F-35 italiani hanno acquisito finora solo una “capacità operativa iniziale” (Ioc), ufficialmente a novembre 2018. E anche questa Ioc è sembrata più un’operazione di pubbliche relazioni che altro. L’Aeronautica è disperatamente alla ricerca di “buona stampa” per vendere i suoi F-35 al governo e al Parlamento. E allora moltiplica gli annunci per indurre i giornali a parlarne contando sulla duplice propensione italica all’approssimazione spannometrica e all’ossequio.

Marketing che fa invece molto comodo alla Lockheed-Martin, che gli F-35 li costruisce, e a favore della quale la stessa Aeronautica è disposta a infliggere (all’Italia, alias sistema Paese come va di moda dire) dolorosi martellamenti à la Tafazzi. Come quando inviò un F-35 in Belgio per fare propaganda all’aereo americano, proprio mentre era in corso una valutazione con l’Eurofighter, caccia costruito in Italia, al cui progetto il nostro Paese partecipa a pieno titolo e non solo come assemblatore e subcontraente. Evidentemente fare i piazzisti per conto terzi rende felice qualcuno dalle parti nostre.

Ma c’è anche un’altra ragione per cui i sei F-35 avrebbero fatto meglio a restare a casa: i loro costi terrificanti. Non parlo tanto dei costi di acquisto. Ormai li abbiamo e ce li teniamo. Quanto piuttosto dei costi operativi. Durante una recente audizione al Congresso di Washington, il vice-ammiraglio Mat Winter, uno dei dirigenti del programma F-35, ha rivelato che il costo per ora di volo del caccia è di 44mila dollari, 40mila euro al cambio odierno. Il mitico italiano medio (quello dei polli di Trilussa per capirci: se nun entra nelle spese tue, /t’entra ne la statistica lo stesso/perch’è c’è un antro che ne magna due) guadagna 28.500 euro lordi l’anno, ma poi ci dovrebbe anche pagare le tasse. Cioè un italiano molto fortunato perché lavora e guadagna uno stipendio (una rarità di questi tempi) in un anno incassa l’equivalente di 43 minuti e 45 secondi di volo del caccia delle meraviglie così amato dal sottosegretario pentastellato alla Difesa Angelo Tofalo.

Mi stavo dunque chiedendo del perché di queste scelte di così terrificante controsenso comune (la casalinga di Voghera lo farebbe? Ovviamente no, anche se fosse leghista), quando è arrivata la risposta grazie a un retroscena del Corriere della Sera non completamente smentito, secondo cui il nostro presidente del Consiglio si sarebbe impegnato a completare il programma F-35. Vedi i miracoli che può fare un Giuseppi dal sen fuggito.

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