Abbassare l’Iva sui prodotti a minor impatto ambientale. Alzandola su quelli molto inquinanti. Mentre il governo giallorosso tenta di risolvere il rebus delle clausole di salvaguardia in vista della prossima legge di Bilancio, ormai imminente, dal mondo delle imprese della cosiddetta economia circolare arriva una proposta che risolverebbe più di un problema. “Avrebbe un senso etico ed economico, perché i prodotti con migliori prestazioni impattano meno su salute e ambiente e quindi generano meno costi sociali“, spiega Fabio Iraldo, professore associato di Gestione ambientale presso l’Istituto di Management della Sant’Anna di Pisa e coordinatore del team di ricerca dell’Osservatorio sulla green economy avviato nel 2014 dalla Bocconi presso l’Istituto di economia e politica dell’energia e dell’ambiente. La viceministra dell’Economia Laura Castelli in un’intervista a ItaliaOggi è sembrata possibilista: “Il tema ambientale deve passare anche dall’Iva”, ha detto. “In tutto il mondo si sta discutendo dell’impatto ambientale dei prodotti che vengono immessi sul mercato, sia dal punto di vista della produzione, che del consumo e della vendita”.

“Un regime agevolato”, ragiona Iraldo, “consentirebbe di incentivare al tempo stesso i produttori e i consumatori: le aziende che investono nella sostenibilità sarebbero più competitive e le preferenze di consumo sarebbero orientate su prodotti a minore impatto”. L’idea non è nuova: nel 2014 i membri dell’Osservatorio Green Economy – che vanno dai consorzi del riciclo alle aziende con progetti per ridurre l’impronta ambientale – l’hanno presentata al consiglio informale dei ministri dell’Ambiente dell’Ue, riunito in quell’occasione a Milano. E a caldeggiarla da tempo è Unicircular, l’unione delle imprese che, come da definizione di economia circolare, valorizzano e reintroducono nei cicli produttivi e di consumo gli imballaggi, i materiali da costruzione, la gomma, i prodotti tessili, i veicoli demoliti e i solventi. Il presidente Andrea Fluttero in particolare ha proposto da un lato un’Iva agevolata per prodotti che contengono una quota minima di riciclato, dall’altro l’eliminazione dei 75 Sussidi ambientalmente dannosi (Sad). Proposta raccolta in una prima bozza del decreto Clima, che prevedeva di tagliarli del 10% l’anno a partire dal 2020 .

Secondo l’ultimo “Catalogo” preparato dal ministero dell’Ambiente, i Sad nel 2017 sono costati alle casse pubbliche ben 19,3 miliardi tra cui ben 16,8 di sussidi alle fonti fossili. Sono questi ultimi quelli nel mirino. L’esenzione dall’accisa dei prodotti energetici impiegati come carburanti per la navigazione aerea, per fare un esempio, assorbe ben 1,6 miliardi e i rimborsi agli autotrasportatori ne valgono 1,2. Ma nel mirino c’è soprattutto il trattamento fiscale di favore di cui gode il gasolio rispetto alla benzina: il gettito perduto per effetto di quello scontro sull’accisa ammonta a quasi 5 miliardi e lo stesso ministero scrive che “ciò non trova giustificazioni in termini ambientali”, anzi “contribuisce certamente al grave problema dell’inquinamento atmosferico da PM, ossidi di azoto e ozono, con sforamento dei limiti previsti dalle direttive europee sulla qualità dell’aria e procedura di infrazione”. Di conseguenza auspica che “il livello dell’accisa sia almeno allineato rispetto a quello della benzina” come previsto dall’Accordo di Parigi, dall’Agenda 2030 e dalla Strategia Nazionale di Sviluppo Sostenibile.

Ma intervenire, come è evidente, richiede un certo coraggio politico visto che a beneficiarne sono molti automobilisti. E il taglio delle agevolazioni ai Tir promette di far insorgere i camionisti. La Francia insegna: la protesta dei Gilet gialli è partita l’anno scorso proprio dalle manifestazioni degli autotrasportatori contro l’aumento del prezzo del gasolio deciso dal governo per diminuire le emissioni di Co2.

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