Il discorso programmatico di Giuseppe Conte per il suo secondo governo conferma la natura dell’esecutivo Pd-M5S: l’alleanza è nata contro la Lega e contro Matteo Salvini. Quindi il dato più concreto al momento è che questo sarà un governo non-leghista e forse un po’ anti-leghista. Dico “un po’” perché i Cinque Stelle sembrano disposti a correggere i decreti Sicurezza salviniani, ma non a rimettere in discussione misure altrettanto dannose e ben più costose come i pensionamenti anticipati di “quota 100”.

Dietro i continui richiami al “bene del Paese” resta questo: Pd e M5S si sono messi insieme per garantire un’Italia senza Salvini al potere. Che, intendiamoci, è un obiettivo più che legittimo (per vent’anni il centrosinistra si e’ definito come alternativa a Silvio Berlusconi, senza avere le idee ben chiare su quale fosse la sua identità autonoma). Ma da questa consapevolezza non discendono in automatico scelte di politica economica nette e razionali.

Il discorso di Conte, come il documento programmatico votato dagli iscritti M5S sulla piattaforma Rousseau, è infatti un’infinita lista della spesa di impegni non finanziabili se non in maniera simbolica.

I pochi passaggi espliciti sulla politica economica sono discutibili. Conte promette di investire ogni euro risparmiato sugli interessi sui titoli di Stato in infrastrutture, sanità, scuola e riduzione delle tasse. Risparmiati rispetto a cosa? Osservare che lo spread sui titoli di Stato oggi è “più basso rispetto allo scorso ottobre” non significa che i mercati finanziari ci stanno regalando soldi. Ma semplicemente che le cose potevano andare peggio.

I soldi che non spendiamo in interessi sul debito non sono un “tesoretto”, sono un mancato aggravio della più inutile delle voci di spesa che assorbe circa 65 miliardi all’anno e contribuisce a far aumentare il deficit. Meno interessi, meno deficit. Ma se al posto degli interessi si fa nuova spesa corrente, il messaggio di Conte si traduce in un modo semplice: faremo più deficit. In perfetta continuità con tutti i governi che hanno preceduto quello attuale.

Sorvoliamo sui soliti richiami all’economia verde, all’agricoltura e al Sud, tutti punti su cui gli slogan si ripetono uguali da sempre. I primi provvedimenti annunciati sono sorprendenti: perché rendere gratuiti gli asili nido? È un’ottima idea per le famiglie, intendiamoci, ma nel concreto implica tre scenari:

1) asili gratis per tutti fino a saturare la domanda, anzi, fino a generarne altra (lo scopo è incentivare la natalità);

2) voucher alle famiglie per pagare la retta all’asilo pubblico o una parte di quella nelle scuole private;

3) asili gratis per tutti senza però aumentare l’offerta.

Il primo scenario ha costi considerevoli, da pagare con il solito deficit, e poiché le famiglie più povere già ora non pagano il nido, il grosso della spesa andrebbe a famiglie di reddito medio-alto. Nel secondo caso a esultare sarebbero gli asili privati, nel terzo si tratterebbe di un inutile sussidio alle meno povere tra le famiglie che già ora mandano i figli al nido e di una beffa per le altre.

Aspettiamo i dettagli, ma sembra un’idea analoga a quella di LeU nella campagna elettorale 2018, “università gratis per tutti”: all’apparenza di sinistra, ma di destra nei risultati. E, soprattutto, uno spreco di denaro.

Poi c’è il nuovo mantra, ripetuto tanto dal Pd quanto dai Cinque Stelle: taglio del cuneo fiscale con i benefici tutti nella busta paga del lavaratore. Che lo sostenga il Pd non sorprende, che lo dica il M5S un po’ di più. Perché questa misura è stata già introdotta e in modo consistente cinque anni fa: sono gli 80 euro di Matteo Renzi, che ci costano 10 miliardi all’anno e i cui risultati, a parte aver fatto vincere le Europee 2014 al Pd, sono assai trascurabili.

È questo il vero segnale di novità del governo Conte, che il Movimento Cinque Stelle adesso appoggia le politiche del Pd che ha sempre contestato?

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