L’Ermächtigungsgesetz, in italiano “la legge dei pieni poteri”, è stato un provvedimento approvato dal Reichstag tedesco il 24 marzo 1933 con il quale Hitler avocava a sé i pieni poteri da parte del Parlamento. Il termine “pieni poteri” esprime una concezione dell’autorità e del diritto completamente piegata alla figura di un leader unico chiamato dalla nazione a guidare il popolo e a tutelarne l’identità. Una concezione che la storia in molteplici ma tutte funeste espressioni la storia ha fatto già conoscere, non solo in Germania.

Non è chiaro se Salvini sia consapevole di chi prima di lui ha rivendicato i pieni poteri da parte del popolo e di quali siano state le tragiche conseguenze di tale concessione. Quello che dovrebbe essere chiaro è che l’ascesa apparentemente inarrestabile del leader leghista tutto è fuorché uno scherzo o una farsa. Ciò che molti commentatori faticano a concepire è la possibilità che anche un uomo dagli atteggiamenti smargiassi, parossistici e che sfociano nella volgarità dello spettacolo balneare del Papeete possa arrivare a decidere i destini di una nazione.

Già nel 1969, molto prima dell’esplodere della stagione delle televisioni commerciali inaugurata da Berlusconi, Ennio Flaiano uno dei più grandi intellettuali del Paese scriveva in un elzeviro sul Corriere della Sera: “la stupidità ha fatto enormi progressi. È un sole che non si può più guardare fissamente. Grazie ai mezzi di comunicazione, non è più nemmeno la stessa, si nutre di altri miti, si vende moltissimo, ha ridicolizzato il buon senso, spande il terrore intorno a sé.” Queste parole suonano oggi come un sinistro monito non solo di cosa è accaduto negli ultimi anni, ma anche di ciò che rischia di accadere nei prossimi mesi.

Che anticorpi può produrre contro la propaganda salviniana un popolo composto prevalentemente da individui che antropologicamente “hanno sempre una soluzione da proporre”, basta che coincida con la “tutela dei propri interessi personali”? Anche gli intellettuali più affermati dimenticano con troppa facilità che l’italiano medio ama le semplificazioni, “la ricerca della linea più breve tra i due punti” e la società della comunicazione di massa ha amplificato a dismisura tale propensione, rendendo permeabilissimo il corpo sociale ai messaggi più disarmanti. Una nazione che ha perdonato le nefandezze del ventennio berlusconiano perché dovrebbe del resto spaventarsi per l’ascesa di un aspirante caudillo che promette ordine, sicurezza e riduzione delle tasse?

La seconda ragione per cui i declami di Salvini non possono essere derubricati a farsa riguarda scenario politico caratterizzato dalla frammentazione e dalla insipidità delle opposizioni. Hanno ragione coloro che indicano oggi nella mancanza di leader e partiti di opposizione credibili una delle principali ragioni del successo della Lega. Il Pd, che dovrebbe essere il movimento naturalmente alternativo al partito di Salvini, è dilaniato da conflitti intestini, la sinistra si è liquefatta nei mille rivoli del dogmatismo, mentre i 5Stelle, che hanno incarnato sicuramente le aspettative di cambiamento di molti italiani, sono sprofondati in uno spaventoso abisso di improvvisazione, incapacità e opportunismo. Come scriveva Antonio Gramsci è nei chiaroscuri dei vecchi mondi che stanno morendo e dei nuovi che tardano a comparire che nascono i mostri. Come in medicina anche in politica vale il principio secondo cui su un corpo depresso, la malattia insorge molto più facilmente che un corpo sano.

Ma c’è anche una terza ragione che porta a guardare ciò che sta succedendo con grande preoccupazione ed è forse quella meno compresa da chi si contrappone oggi alla retorica leghista. Che possa piacere o no, Salvini è stato l’unico a porre questioni come la gestione dei flussi degli immigrati o la sicurezza, problemi che una grande parte di popolazione non solo percepisce ma vive, come reali. Salire su una nave che vuole fare sbarcare immigrati e farsi ritrarre come i paladini della giustizia come hanno fatto i parlamentari del Pd non è un modo di affrontare le questioni, se nessuno parla di cosa succede il giorno dopo che i riflettori mediatici si sono spenti e i migranti sono scesi a terra.

Dove vanno queste persone? Chi se ne occupa? Finiscono in quanto nella mani del caporalato, delle mafie e della criminalità organizzata? Oppure cosa si propone di fronte al decreto sulla legittima difesa in un paese dove anche i crimini più efferati sono puniti come si trattasse di illeciti amministrativi? Dove rubare è una prassi nei fatti non perseguita? L’impressione è che spesso la retorica antisalviniana si nasconda dietro slogan che mettono in luce l’incapacità di dare risposta a problemi complessi che l’opinione pubblica vive con crescente disagio e che ingenerano una forte condizione di insicurezza e spaesamento.

In questo quadro forse allora suona molto lontano dalla realtà il commento del giornalista che intitola il suo editoriale sul Corriere “fine di un inconcludente reality show”. Forse derubricare Salvini a fenomeno da baraccone rischia di non cogliere le motivazioni profonde del suo successo e di fare scivolare l’Italia molto velocemente verso una china che può rivelarsi cupa.

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