Svegliarsi in un paese che non si riconosce più, dove la povertà materiale è diventata miseria morale, e invece di prendersela con chi dall’alto ci ha ridotto così – una sinistra che si è finta sinistra facendo in realtà la destra e una destra che fa la destra – ce la si prende con chi sta peggio di noi, manco fossimo nella giungla. Un paese dove la solidarietà è diventata accessorio di lusso, mentre i paladini del “popolo” e dei valori cristiani – tutti rosario e “immacolato cuore di Maria” – gridano a una ragazza che invece che alla cover dell’iPhone pensa a salvare persone: “Spero ti violentino ‘sti negri” o “affondiamo la nave”. Un paese dove tutto è opinione e quindi opinabile, e dove la verità scompare.

Eppure una verità c’è: basta grattare via propaganda e ignoranza e stare ai fatti.

– Le convenzioni e il diritto internazionali stabiliscono l’obbligo per ogni nave di salvare chi è in difficoltà in mare. La Sea Watch aveva l’obbligo di salvare i naufraghi, anche fossero stati criminali.

– Dove portarli? Secondo la Convenzione di Amburgo (1979) nel “porto sicuro” più vicino. Che non può essere la Libia, come attestato da Onu e Consiglio d’Europa, per le gravi violazioni dei diritti umani e la guerra civile. Né la Tunisia, non in regola con la protezione internazionale dei migranti (non ha firmato la Convenzione di Ginevra e non ha una legislazione completa sul diritto d’asilo) e a detta della stessa Farnesina “esposta al rischio terrorismo”, tant’è che lo stato d’emergenza decretato per gli attentati del 2015 vige ancora oggi. Non sono sicuri i turisti, possono esserlo i migranti? Poi c’è Malta: con una superficie che è ¼ di quella di Roma, ha già accolto molto più di noi in rapporto alla popolazione (da inizio anno 1.048 migranti su 460mila abitanti, contro i nostri 2.447 su oltre 60 mln). Dice: “Sea Watch batte bandiera olandese, andasse in Olanda”. Al di là delle difficoltà di una traversata atlantica, lo stato bandiera ha sì obblighi amministrativi, ma non di approdo di eventuali naufraghi recuperati, né è responsabile delle richieste di asilo. Una nave panamense nel Mediterraneo dovrebbe forse portare i naufraghi a Panama?

– Ecco perché l’Italia. In nome del diritto internazionale, degli obblighi di soccorso e della necessità di salvare vite umane – bene tutelato da norme superiori a qualunque Decreto Sicurezza (in un paese normale non si dovrebbe neanche specificare) – bastava far sbarcare i migranti e poi distribuirli negli altri paesi. Il salvataggio non implica l’obbligo di un’accoglienza stabile.

Questi i fatti, restano due verità ancora nascoste. La prima spetta ai magistrati: esclusa la presenza a bordo di trafficanti, si deve far luce sul favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e sulle accuse di resistenza a nave da guerra e tentato naufragio: la comandante Carola (ora libera) ha speronato volontariamente la Guardia di Finanza o è stato un incidente dovuto allo stato di necessità (il che escluderebbe responsabilità penali)? Per ora il Gip di Agrigento ha bocciato tutte le richieste della Procura, anche l’espulsione.

La seconda è tutta nostra: se il problema è il Regolamento di Dublino (lo Stato competente per le richieste d’asilo è quello di primo ingresso), perché Salvini ha disertato 6 riunioni europee su 7 in cui si discuteva di modifiche, come il ricollocamento automatico e obbligatorio tra tutti gli Stati Ue? Perché invece di dare un sollievo permanente all’Italia preferisce il braccio di ferro continuo con le Ong (solo loro, perché per il resto i migranti continuano a sbarcare o arrivano via terra da altre rotte, per esempio dalla Slovenia), la tv e la campagna elettorale perenne? Forse perché “porti chiusi” vuol dire “urne aperte”? Non esiste un modo meno cinico e disumano per restare sulla cresta dell’onda?

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