Diritto e diritti. Sapete quanti secoli ci sono voluti per costruire una civiltà giuridica? E quanti ce ne sono voluti per scollare chi fa le leggi da chi le applica; per ottenere quell’impersonalità che consente ad uno Stato di diritto di funzionare? Tanti. E sapete quanto può volerci oggi per cancellare queste conquiste? Un tweet. O uno status su Facebook.

Matteo Salvini, un ministro eletto, non capo di una dinastia in una monarchia assoluta, definisce in una diretta streaming da un profilo personale su questioni istituzionali “sbruffoncella” la capitana di Sea Watch e sbrodola una sequenza di epiteti e di minacce, queste sì, da sbruffone: è arrivato forse il momento di preoccuparsi.

Quando un rappresentante istituzionale utilizza la retorica della guerra personale a fini elettorali, e lo fa evocando un confronto “fisico”- strumentalizzando l’autorevolezza che dovrebbe derivare dal suo ufficio – con personaggi dello spazio pubblico, non abbiamo uno ma tanti problemi.

Salvini non è il potere ma condivide solo con altri, e a tempo determinato, una microporzione di quel mosaico che compone il potere. Per questo abbiamo tutti diritto di non sentire i suoi teoremi paranoici su Ong e trafficanti, dato che nessuna sentenza ha mai condannato Sea Watch per traffico di esseri umani; abbiamo diritto di non sentirgli dire “porti chiusi” quando non lo sono; abbiamo diritto di ascoltare parole di rispetto per il diritto internazionale, che l’Italia riconosce da Costituzione come superiore alla legge nazionale.

Abbiamo diritto di non ascoltare un “essersi rotto le palle” in bocca a un ministro e soprattutto di non sentirlo definire “sbruffoncella” la comandante di Sea Watch che la legge: eventualmente saranno i tribunali a decidere se ha violato la legge, oppure se è stata saggia nel portare in salvo degli esseri umani.

Quella sui salvataggi è una tematica complessa che intreccia molte giurisdizioni, della quale l’unica certezza che regna sovrana è l’assoluta incertezza. Per questo c’è bisogno di calma e sangue freddo, non di un capo hooligan che dimentica troppo spesso di rappresentare l’Italia tutta, inclusi “buonisti” e “boldrini”. Già, perché la sensibilità di una fetta importante della popolazione lo lascia indifferente, ma i soldi per pagare il suo generoso stipendio arrivano anche da quelle tasche bullizzate e sbeffeggiate quotidianamente. Per farla breve: Salvini non è il proprietario del governo o del ministero dell’Interno, anche se vuole far credere di esserlo.

In queste ore concitate, e in quelle che verranno, gli italiani mostrino di tenere alla loro res publica pretendendo che il ministro dell’Interno rispetti – per una volta – il suo ruolo. E soprattutto chi non la pensa come lui.

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