Quei giorni decisivi per il voto sulle unioni civili, tra Family day e ostruzionismo. Ma la storia viene da lontano
Dieci anni fa le unioni civili vennero definitivamente approvate in Parlamento. Ma vale la pena ricordare alcuni passaggi politici precedenti. Troppe volte una legge per il riconoscimento legale delle coppie dello stesso sesso era arrivata alle soglie dell’approvazione, e troppe volte era stata insabbiata a causa dei settori più conservatori e bigotti del Parlamento. Nel gennaio del 2016 la svolta decisiva è stata imposta innanzitutto dal basso. A sostegno degli instancabili Cirinnà e Lo Giudice, succeduti a Franco Grillini come promotori della legge, le associazioni Lgbt sono riuscite a organizzare grandi manifestazioni in oltre 90 città italiane il 23 gennaio 2016. Si chiamava lo SvegliaItalia. Raramente ci sono state così grandi manifestazioni per un diritto civile e mai il movimento Lgbt era riuscito a mobilitare al di fuori dei Pride (che si tengono generalmente a giugno).
Il fronte reazionario aveva risposto con un Family Day, inferiore, ma comunque massiccio, a Roma al Circo Massimo. Ricordate il clima di quei giorni? I reazionari paventavano la distruzione della famiglia, ma in particolare il focus era concentrato sulla “stepchild adoption”. Il disegno di legge prevedeva la possibilità di adozione del figlio naturale del partner: la legalizzazione di situazioni di fatto, non una piena omogenitorialità. Ma tanto bastava per scatenare una reazione di rigetto. La questione ha tenuto banco nelle politicamente calde giornate del febbraio di quell’anno.
Il governo Renzi era sostenuto dal Pd e da formazioni centriste. Queste ultime, ma anche qualche parlamentare del Pd, non volevano la stepchild adoption. Poteva passare con i voti di 5 Stelle, che era all’opposizione, ma che era a sua volta perplesso sul punto, tanto che Grillo aveva lasciato “libertà di coscienza”. La destra faceva ostruzionismo. A quel punto Renzi, con un consapevole e determinato slalom, decise di far togliere la stepchild adoption dal disegno di legge ma al tempo stesso di porre la fiducia sulle unioni civili. Per il movimento Lgbt una vittoria finalmente, ma un po’ mutilata. Secondo le analisi di allora di Ilvo Diamanti il risultato corrispondeva all’ opinione pubblica del momento ( unioni civili si, step child adoption). Oggi probabilmente non ci sarebbero più tante obiezioni alla stepchild adoption, il fronte del Family Day ha concentrato la contraerea sulla “gestazione per altri”.
L’approvazione della legge è stata comunque importantissima. Non tanto e non soltanto per le coppie che ne hanno usufruito ma per il definitivo sdoganamento e riconoscimento della pari dignità dell’amore omosessuale. “Sappi che sei in un paese dove due donne o due uomini si possono sposare” è un messaggio semplice chiaro e definitivo da dare a tutti, anche al più spaurito e bigotto ragazzo che arrivi in Italia dall’Afghanistan o dal Senegal, e ovviamente a tutti gli italiani. Non elimina di per sé l’ omofobia ma la confina.
Mancano tante cose, ancora. Manca il riconoscimento pieno matrimoniale, con la step child adoption certo, ma anche con la possibilità di adozione. Manca l’inserimento della omofobia tra le fattispecie dei crimini d’odio. Manca il divieto alle terapie di conversione, ora approvato dal Parlamento Europeo. E manca l’educazione civica contro l’omofobia nelle scuole.
Celebriamo comunque questo decimo anniversario di una storia che viene da lontano. Non l’ho scritto finora in questo pezzo, non per falsa modestia, ma perché mi sono stancato di scriverne. Questa storia l’abbiamo cominciata nel giugno 1992 in piazza della Scala a Milano con una manifestazione-rappresentazione di unioni civili. C’era un sacco di gente, eravamo lanciatissimi. Poi mentre in tutta Europa si approvavano matrimoni o almeno unioni civili, in Italia ci abbiamo messo 24 anni. Eh, un lungo fidanzamento…