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Di fronte ai casi di violenza di genere nel teatro e nell’università non si può più far finta di niente

Sono ancora troppo poche le registe e ancor meno le donne in posizioni direttive negli enti teatrali, sia per la prosa che per la lirica
Di fronte ai casi di violenza di genere nel teatro e nell’università non si può più far finta di niente
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Che la società italiana sia ancora profondamente permeata da una mentalità patriarcale e da diffusi comportamenti maschilisti è cosa troppo nota per dovervi insistere. La violenza di genere ne è la manifestazione più evidente ma non la sola, come conferma la perdurante scarsità di donne nei ruoli apicali e le molte maggiori difficoltà che in ogni caso esse debbono affrontare per affermarsi e occupare posizioni nella società rispetto ai loro omologhi maschili.

Il teatro non fa eccezione, se pensiamo che – seppur aumentate rispetto al passato – sono ancora troppo poche percentualmente le registe e ancor meno le donne in posizioni direttive negli enti teatrali, sia per la prosa che per la lirica (rimando in proposito ai dati disponibili sul sito dell’associazione Amleta). E ovviamente non mancano neppure i casi di violenza di genere, che, scandalosamente accettati o quantomeno taciuti in passato, cominciano finalmente a trovare spazio nel dibattito pubblico e a produrre reazioni significative.

Il caso recente più importante è quello che riguarda il regista condannato nel 2025 dal Tribunale Ordinario di Parma, con sentenza confermata dalla Corte d’Appello di Bologna, a risarcimenti di 25mila e 85mila euro nei confronti di due attrici che avevano subìto molestie sul lavoro e violenza sessuale, mentre partecipavano al corso di alta formazione “Casa degli Artisti” della Fondazione Teatro Due di Parma. Nonostante la discutibile concessione dell’anonimato, il nome ha cominciato a circolare sui social e in numerose prese di posizione da parte di varie associazioni. Del resto non è stato difficile riconoscerlo dalla descrizione dei reati, viste le mansioni da lui ricoperte a lungo nel Teatro Due, che soltanto dopo l’esplosione del caso si è deciso a interrompere ogni collaborazione.

Tra le prese di posizione importanti, va citata quella della CUT, Consulta Universitaria del Teatro. In un suo comunicato, peraltro molto cauto, si legge tuttavia: “Il teatro, nella sua dimensione formativa e professionale, espone spesso giovani artiste e artisti a condizioni di forte vulnerabilità. Proprio per questo, pratiche di abuso, di ricatto, di molestia o di violenza non possono essere in alcun modo tollerate né normalizzate, qualunque sia il prestigio artistico o istituzionale dei soggetti coinvolti”. E si aggiunge significativamente: “La CUT sottolinea come tali questioni interroghino direttamente anche il mondo universitario e della formazione superiore, chiamato a vigilare con particolare attenzione sulle modalità di insegnamento, sui contesti laboratoriali-performativi e sui rapporti tra docenti, formatori e studenti”. Del resto la cronaca ci ha consegnato negli ultimi anni numerosi casi di molestie e abusi anche nelle università. Di fronte ad essi non è più possibile far finta di niente.

Particolarmente significativa, in tal senso, mi sembra la posizione espressa da PERLa-Performance Epistemologies Research Lab, unità di ricerca del’Università Iuav di Venezia, diretta da Annalisa Sacchi: “Riteniamo che, di fronte a quanto emerso, risposte improntate all’eccezionalismo, alla minimizzazione o a forme di chiusura difensiva non siano adeguate. Le sentenze descrivono dinamiche protratte nel tempo, spesso note negli ambienti professionali, rese possibili da una cultura che ha normalizzato pratiche invasive e coercitive in nome del processo artistico, del carisma pedagogico o di presunte specificità legate alla formazione. Riteniamo necessario che le istituzioni della formazione superiore nelle arti performative assumano fino in fondo la portata di quanto accaduto, non come evento isolato, ma come segnale di una fragilità sistemica. Servono prese di posizioni chiare, processi di verifica, spazi di ascolto sicuri, formazione continua e un’assunzione di responsabilità che non sia solo formale”.

In continuità con queste prese di posizione, è appena partito a Parma, a cura di Francesca Bortoletti, Daniela Cherubini, Marco Deriu, Roberta Gandolfi e Martina Giuffré, un articolato progetto dal titolo Oltre il diniego. La fatica di riconoscere, nominare e affrontare la violenza di genere nei contesti di studio, formazione e lavoro, che durerà fino a ottobre.

La questione della violenza di genere in ambiti artistici ed educativi interseca quella delle dinamiche di potere, con i suoi inevitabili abusi, di cui sono appunto vittime i soggetti più deboli, meno tutelati. E’ un discorso che in questa sede si può soltanto accennare e andrà ripreso in un prossimo intervento.

Tuttavia, per tornare all’inizio, che il teatro italiano sia una realtà ancora prevalentemente maschile, e quindi spesso maschilista, è un dato ineludibile. E – sia chiaro – non solo quello ufficiale, istituzionale, ma pure quello che, a parole, si proporrebbe di contrastare la cultura dominante e i suoi disvalori. Anche nel teatro alternativo, di ricerca, nei cosiddetti gruppi, troppo spesso, sotto la copertura di pretesti artistici e di presunte necessità del processo creativo, la dialettica regista-attori si traduce in esercizio di potere e forme di manipolazione, che non a caso trovano soprattutto nelle donne i bersagli privilegiati.

Si dovrebbero moltiplicare le riflessioni coraggiosamente autocritiche come quella prodotta tempo fa da Mario Biagini, collaboratore di Jerzy Grotowski e, per tanti anni, direttore associato del Workcenter di Pontedera. La si può leggere nel nn. 31-32 di Culture Teatrali (anche online sul sito della rivista).

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