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Dieci anni dopo le unioni civili, la giustizia sociale per le persone Lgbtiqa+ è ancora lontana

La legge del 2016 non è né perfetta né completa. Di matrimonio egualitario, che pure è un obiettivo da raggiungere, non si parla. E oggi anche i diritti individuali sono sotto attacco
Dieci anni dopo le unioni civili, la giustizia sociale per le persone Lgbtiqa+ è ancora lontana
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Il 20 maggio prossimo l’Italia celebra i 10 anni dalla pubblicazione, in Gazzetta Ufficiale, della legge n. 70 del 2016 sulle unioni civili tra persone dello stesso sesso. Trattandosi della prima grande riforma del diritto di famiglia dal 1975, ai tempi c’era ben di che festeggiare, come se la lentezza della politica e il progresso dei diritti civili fossero fenomeni a cui rassegnarsi, da tenere sempre sullo sfondo, immobili come in un quadro di Edward Hopper.

Vale la pena ricordare che a quella legge non si è arrivati per la lungimiranza di qualche politico, ma per l’attivismo – neanche troppo slanciato, per la verità – dei giudici, che soli hanno saputo dare sostanza ai diritti civili fino ad allora previsti solo nelle dichiarazioni di qualche politico. Quindi no, la legge non la si deve a Matteo Renzi o al Partito Democratico, che pure l’hanno votata (sulle fasi concitate di approvazione, che hanno portato a una legge dimezzata, e tuttavia hanno consentito a Renzi di prendersene il merito, vedi l’articolo del 2016 di Diego Pretini). La legge la dobbiamo ai giudici, alla Corte costituzionale, alla Corte di Cassazione, e anche a qualche tribunale di merito, che ad un certo punto hanno dato attuazione alla Costituzione: all’articolo 2, che parla di “diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”; all’articolo 3 sull’uguaglianza; e infine all’articolo 29, che riconosce “i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”, quest’ultimo sempre usato contro i diritti delle persone LGBTIQ, come se si potesse usare liberamente la Costituzione per discriminare un gruppo sociale.

La legge la dobbiamo agli avvocati e alle avvocate di Rete Lenford – Avvocatura per i Diritti LGBTI che, con conoscenza, sapienza e visione, hanno costruito la formula giuridica grazie alla quale le corti sono potute giungere alla naturale conclusione che anche le persone omosessuali hanno diritto fondamentale al “libero sviluppo della persona nella vita di relazione” e dunque “di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone… il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri” (Corte cost., 15 aprile 2010, n. 138). Approvare una legge era dunque un obbligo costituzionale del legislatore: dobbiamo ringraziare i nostri politici per aver semplicemente fatto il loro dovere?

Sono parole del 2010. Ma la battaglia per i diritti civili è iniziata molto prima. È iniziata quando le persone trans e le persone omosessuali hanno smesso di nascondersi. È iniziata nel 1969 con la rivolta di Stonewall a New York e, in Italia, con la pionieristica legge del 1982 sulla rettificazione dell’attribuzione di sesso, che ha facilitato l’accesso di molte persone trans alla transizione di genere. La battaglia è poi proseguita con la celebrazione, nel 1992, di dieci matrimoni gay (nove tra uomini e uno tra donne) in piazza della Scala a Milano (su cui vedi l’articolo di Luigi Franco). Celebrazione simbolica, certo, ma carica di visibilità ed emozione.

Gli anni che seguono sono segnati dal silenzio del legislatore e dagli insulti dei politici a tutti i livelli. Se potessimo mettere insieme un bestiario della politica italiana, un capitolo sarebbe sicuramente dedicato alla catena di affermazioni omo-lesbo-trans-fobiche che hanno caratterizzato decenni di discorso pubblico nel nostro Paese. E quella dell’essere “contro natura” è solo la più raffinata.

Non solo. La battaglia per i diritti civili non riguarda solo il riconoscimento della vita di coppia, ma anche i diritti individuali e, soprattutto, quelli delle famiglie omogenitoriali, che oggi, assieme alle persone trans, sono sotto attacco in molti paesi che si professano democratici. La democrazia non è solo l’elezione del Parlamento; è soprattutto stato di diritto, rispetto ed equilibrio tra poteri, pluralismo. Tutte cose che la destra e l’estrema destra vogliono distruggere perché costituiscono le uniche barriere all’accumulazione forsennata del potere politico e della ricchezza economica da parte di pochi.

Fortunatamente – ed è questo che dovremmo festeggiare oggi, assieme al decennale della legge sulle unioni civili – il governo Meloni sta miseramente perdendo la sua battaglia contro i diritti civili, con la Corte costituzionale che, con diverse sentenze in materia di riconoscimento del legame genitoriale della madre non biologica e di adozione, si è messa di traverso al tentativo di demolire le famiglie omogenitoriali. Smontare le famiglie altrui è più difficile di quanto si pensi, specie quando di mezzo c’è chi la Costituzione la prende sul serio e i diritti, una volta conquistati, hanno la fastidiosa abitudine di non lasciarsi cancellare con decreto o con circolare ministeriale.

Brindiamo, dunque. Non perché la legge del 2016 sia perfetta o completa. Ma perché è un piccolo tassello nella costruzione di una giustizia sociale per le persone LGBTIQA+, di cui il nostro Paese ha disperatamente bisogno e di cui oggi non può fare a meno. Il matrimonio egualitario, che pure è un obiettivo da raggiungere, è ancora lontano. Ma non sarà comunque un traguardo vero finché non avremo protetto i soggetti più fragili della nostra comunità dalla discriminazione, dalla segregazione e dalla violenza. Penso alle persone trans e intersex, ai bambini delle famiglie genitoriali, a tutti i gay e le lesbiche ancora nascosti che vivono nel silenzio e nell’angoscia.

La battaglia non è affatto finita. È solo cominciata.

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