Omolesbobitransfobia, l’Italia arretra ancora sui diritti Lgbtq. La migliore in Europa è la Spagna: “Merito di leggi contro le discriminazioni e politiche attive”
La giornata internazionale contro l’omolesbobitransfobia arriva anche quest’anno con due fotografie opposte dell’Unione europea. Da una parte la Spagna, che per la prima volta conquista il vertice della Rainbow Map di ILGA-Europe, che valuta le leggi e le strategie nazionali per la comunità Lgbtqi+, scalzando dopo dieci anni Malta. Dall’altra l’Italia, che continua a scivolare verso il fondo della classifica: 36esima su 49 Paesi europei, un gradino più in basso rispetto allo scorso anno, con un punteggio fermo al 24%. Un dato che colloca il nostro Paese tra gli ultimi dell’Unione Europea, sopra soltanto a Ungheria, Bulgaria, Polonia e Romania. E confermato anche dall’ultimo report Arcigay
Sono 127 episodi, “una cifra che restituisce il quadro di un Paese in cui l’odio non è un’eccezione – dichiara il segretario generale di Arcigay, Gabriele Piazzoni -, ma una presenza costante, quasi ordinaria, nella vita quotidiana di chi non si conforma agli stereotipi di genere e orientamento sessuale”.
L’allarme più forte arriva dalle dating app: il report censisce almeno 14 notizie di adescamento via chat o app di incontri, ma ogni caso è in realtà un contenitore di più azioni violente: rapine, pestaggi, estorsioni, ricatti.
La differenza tra Madrid e Roma, però, non è soltanto statistica. È politica. Perché secondo ILGA-Europe il sorpasso spagnolo nasce da una scelta precisa: trasformare i diritti LGBTQIA+ in politiche attive del governo, anche mentre l’estrema destra provava a farne terreno di scontro culturale. “Il primo posto della Spagna è un chiaro esempio di ciò che diventa possibile quando un governo sceglie deliberatamente di promuovere l’uguaglianza anziché arretrare”, ha dichiarato la vicedirettrice di ILGA-Europe, Katrin Hugendubel. “Il coraggio politico rimane la risposta più efficace di fronte all’ascesa dei discorsi reazionari”.
A portare la Spagna in cima alla Rainbow Map è stata una combinazione di interventi legislativi e politiche pubbliche costruite negli ultimi anni. Tra questi, la legge del 2023 sull’autodeterminazione di genere, che permette il cambio anagrafico senza obblighi medici o percorsi patologizzanti, le nuove leggi LGBTIQ+ e trans, la creazione di strategie nazionali contro le discriminazioni e il rafforzamento delle tutele regionali in tutto il Paese. ILGA-Europe sottolinea anche la completa depatologizzazione delle persone trans nel sistema sanitario e la nascita dell’Autorità per la parità di trattamento. Non solo: il governo centrale ha impugnato davanti alla Corte costituzionale alcuni tentativi delle destre locali di smantellare le protezioni LGBTQIA+ in regioni come Madrid e Valencia. La Spagna arriva così all’89% della classifica, superando Malta, seconda, e lasciandosi alle spalle Islanda, Belgio e Danimarca. Un risultato, come spiega l’organizzazione, che non significa assenza di violenza o discriminazioni — le aggressioni contro le persone LGBTQIA+ sono aumentate dal 7% al 22% in due anni — ma che fotografa un governo che continua a costruire protezioni invece di arretrare.
L’Italia segue invece la traiettoria opposta. Il rapporto descrive un Paese dove il problema non è più soltanto la mancanza di nuove riforme, ma “la pressione verso la regressione”. Da una parte tribunali e amministrazioni locali che continuano a produrre tutele per famiglie omogenitoriali e persone trans. Dall’altra il governo guidato da Giorgia Meloni, accusato di ostacolare quelle stesse protezioni: dall’opposizione alle trascrizioni dei figli di coppie dello stesso sesso fino alla stretta sulla gestazione per altri, resa perseguibile anche se praticata all’estero in Paesi dove è legale, fino ulteriore arretramento con i ddl Valditara e Schillaci-Roccella, accusati di limitare gli spazi di educazione all’affettività e identità di genere.
A pesare sulla posizione italiana è anche l’assenza di una legge contro i crimini d’odio fondati su orientamento sessuale e identità di genere dopo l’affossamento del ddl Zan nel 2021, così come il mancato riconoscimento del matrimonio egualitario. Per ILGA-Europe il dato più allarmante non è soltanto il punteggio attuale, ma il trend: negli ultimi dieci anni l’Italia ha perso oltre 16 punti nella classifica, uno dei peggioramenti più marcati d’Europa. Un paradosso per un Paese che proprio dieci anni fa, con la legge Cirinnà sulle unioni civili, sembrava aver avviato un percorso di riconoscimento dei diritti.
“Da oltre dieci anni il nostro Paese ristagna, unico tra i fondatori dell’Unione Europea con valori così bassi”, attacca Rosario Coco, presidente di Gaynet. “Negli ultimi anni abbiamo sperimentato il passaggio dall’indifferenza all’ostilità aperta, con chiari tentativi di peggiorare la situazione anziché migliorarla”. Secondo Coco, “per ribaltare questa situazione serve prendere esempio dalla Spagna, che da oltre vent’anni ha scelto di guardare la vita reale delle persone anziché le urla della propaganda delle destre”. Un arretramento che, secondo Possibile, affonda le radici in un vuoto politico più ampio e trasversale. “In dieci anni ogni passo avanti è arrivato dai tribunali, non dal Parlamento”, scrive il partito, accusando la politica italiana di aver “delegato alla giurisprudenza il compito di fare politica sui diritti”. E aggiunge: “Gli zero ottenuti dall’Italia su hate speech e crimini d’odio non sono arretramento: sono assenza politica e legislativa”. “Con il governo di Giorgia Meloni l’Italia sprofonda nella classifica dei diritti LGBTQIA+”, osserva Alessandro Zan, responsabile diritti del Partito Democratico ed eurodeputato. “Siamo 36esimi su 49 Paesi, sotto la Slovacchia e poco sopra Ungheria e Polonia. È il risultato di scelte politiche precise: attacchi alle famiglie omogenitoriali, nessuna legge contro i crimini d’odio, propaganda contro le persone trans. Nel frattempo la Spagna è prima in Europa. I diritti non arretrano da soli: arretrano quando chi governa li colpisce”. Sulla stessa linea Carolina Morace, eurodeputata del Movimento 5 Stelle: “Se l’Italia è la maglia nera dell’Eurozona sul riconoscimento dei diritti LGBTQIA+ è evidentemente responsabilità delle politiche degli ultimi anni”. Morace sottolinea come “persino Serbia e Moldavia facciano meglio dell’Italia”, tornando poi a chiedere il riconoscimento del matrimonio egualitario: “Solo così si può dare attuazione concreta al principio di uguaglianza sancito dalla Costituzione”. Per Mario Colamarino, presidente del Circolo Mario Mieli, “il 36esimo posto non è una semplice classifica, ma il segnale di un vuoto legislativo che incide concretamente sulla vita delle persone. Qui si tratta di diritti fondamentali che l’Italia continua a non garantire pienamente”.
E i numeri raccontano proprio questo vuoto. Nella Rainbow Map l’Italia ottiene zero punti sulla protezione contro hate speech e crimini d’odio basati su orientamento sessuale e identità di genere. Quasi nulla sul riconoscimento legale delle persone trans. Zero anche sulla tutela dell’integrità corporea delle persone intersessuali. Un’assenza che, dieci anni dopo la legge Cirinnà, continua a lasciare il riconoscimento dei diritti LGBTQIA+ appeso soprattutto alle sentenze dei tribunali più che alla politica. In Italia il clima si irrigidisce anche sul terreno della scuola e della libertà di manifestazione. ILGA-Europe segnala infatti preoccupazione per il nuovo ddl sicurezza e per le possibili restrizioni al diritto di protesta, comprese manifestazioni Pride ed eventi pubblici organizzati dalla comunità LGBTQIA+. Due modelli europei opposti, insomma. Da una parte la Spagna, che ha trasformato i diritti LGBTQIA+ in una scelta politica strutturale. Dall’altra l’Italia, che continua a oscillare tra immobilismo e regressione. E la Rainbow Map 2026, più che fare una classifica, fotografa ormai la distanza crescente tra due europee diverse sui diritti.