“Il Molise esiste solo nell’emergenza”: la voce di chi resta tra fragilità, spopolamento e voglia di futuro
Per qualche giorno del mese scorso si è parlato del Molise. Prima i nubifragi, con strade allagate e scuole chiuse in una trentina di comuni. Poi la frana di Petacciato, che ha interrotto la dorsale adriatica e isolato parte della Regione. Le immagini del dissesto sono finite su tutti i media nazionali. Poi il clamore si è spento.
“Il Molise esiste solo nell’emergenza”, dice Michele Neri, campobassano classe 1997 e psicologo del lavoro: “Nessuno presta ascolto alla voce dei giovani che se ne vanno”. Neri è tra i fondatori di APS Molis, associazione no-profit nata per raccontare e valorizzare la regione attraverso progetti culturali e sociali. Negli ultimi anni l’associazione ha promosso talk pubblici, mostre e progetti partecipativi dedicati al rapporto tra i molisani e il proprio territorio. Tra questi c’è “Molistantanee”, contest fotografico arrivato alla quarta edizione.
“L’associazione nasce come modo per diventare agenti di un cambiamento e lasciare la nostra impronta sul futuro della Regione”. Un tentativo di reagire a un declino percepito come inevitabile, maturato dopo anni di discussioni tra amici su cosa significhi crescere in una terra che continua a perdere abitanti, servizi e opportunità. “Spesso mi sono sentito marginalizzato: non solo come ragazzo del Sud, ma della sua Regione più sfigata”.
Come gran parte del Mezzogiorno, il Molise soffre la perdita di capitale umano qualificato. Negli ultimi vent’anni quasi un milione di under 35 si è trasferito al Centro-Nord, con una perdita netta di oltre 500mila residenti tra i 25 e i 34 anni, di cui circa 270mila laureati. Solo in Molise, tra il 2022 e il 2024, più di tremila under 34 hanno lasciato la regione. Per chi resta, il quadro è altrettanto fragile. Il Molise registra il peggior tasso di occupazione tra i laureati a tre anni dal titolo — 81,6%, contro punte superiori al 92% in alcune regioni del Nord — e una retribuzione netta media di circa 1.468 euro, ben sotto la media nazionale di 1.654 euro.
Dietro le statistiche ci sono le storie raccolte da Molifobia, progetto collettivo – promosso da Aps Molis – che esplora il rapporto complesso con le proprie radici. Racconta Neri: “Attraverso interviste, testimonianze e riflessioni raccontiamo la partenza, il ritorno e, soprattutto, cosa significa restare ‘nel mezzo’: come se si restasse sospesi, senza né radici né un posto sentito come proprio”.
Nelle interviste caricate sotto forma di reel sul profilo Instagram dell’associazione (@apsmolis), la provincia viene raccontata come uno spazio di privazioni e sospensione. “Arrivata a 18 anni sentivo che stavo perdendo cose importanti della vita vera, che potevano essere opportunità di studio, lavoro e fare rete, ma anche aspetti della quotidianità come dare spazio ai miei interessi”. In un’altra puntata del format, questa sensazione assume i contorni di un disagio personale: “Ritorno a casa la maggior parte delle volte perché devo e non perché voglio. È sempre più brutto tornare e avere sempre meno cose da fare a Campobasso. I giorni trascorsi giù sono resi lunghi dalla sensazione di non sentirsi liberi”.
“La scelta di vivere in Molise è molto rischiosa”, spiega Neri: “Parliamo di un territorio di piccole comunità in cui la rete sociale è composta dalla famiglia, dal vicinato e dalle amicizie di lunga data”. Per questo, “affrontare i momenti di solitudine in Molise è veramente complicato: mancano le attività da fare, c’è poca voglia di sperimentare e le carenze infrastrutturali ostacolano gli spostamenti all’interno della regione”.
Anche i dati sulla salute mentale sono allarmanti. Secondo l’Istituto superiore di sanità, il Molise registra il più alto tasso di sintomi depressivi in Italia: il 15% della popolazione, contro una media nazionale del 5,8%. In regione, inoltre, non esistono posti letto nei reparti ospedalieri di neuropsichiatria infantile e dell’adolescenza.
Sul fronte delle dipendenze, il Molise è la regione con il più alto numero di binge drinkers e di consumatori di alcol a rischio. “Ubriacarsi è come un’anestesia, un modo per fuggire dalla monotonia del paese senza muoversi da lì”.
Lo spopolamento, intanto, assume sempre più i contorni di una crisi strutturale, aggravata dall’invecchiamento della popolazione e dal calo delle nascite. Il 68,5% dei residenti vive nelle aree interne, spesso prive di servizi essenziali. E le emergenze di aprile hanno mostrato ancora una volta tutta la fragilità delle infrastrutture regionali: “Le nostre infrastrutture sono altamente deficitarie: mancano treni, le strade sono difficili da praticaree la sanità è in costante emergenza con risorse limitate”.
“Il Molise non esiste, perché l’unica cosa che può fare ora è resistere”, conclude Neri. Resistono il terzo settore, gli enti pubblici, gli imprenditori che cercano di riportare in regione le competenze dei giovani formatisi altrove.
Nel frattempo, realtà come APS Molis continuano a costruire spazi culturali e occasioni di confronto in una regione che spesso riesce a raccontarsi solo attraverso l’emergenza o l’abbandono. Ma la resistenza, da sola, non basta: “Per passare dalla resistenza all’esistenza non possiamo farcela soltanto con le nostre forze: sono necessari interventi, fondi e progetti mirati per favorire lo sviluppo locale”. Una chiamata a cui lo Stato è tenuto a rispondere, se non vuole che il disagio continui a manifestarsi come il sintomo di una malattia silenziosa, o come una delle tante forme della Molifobia.
L’immagine di copertina di questo articolo si intitola “Radici” ed è stata scattata da Mariangela Del Cioppo per la prima edizione di Molistantanee, il concorso fotografico di APS Molis.