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Una turista al Mausoleo di Teodorico fa pipì in biglietteria perché le negano l’accesso ai bagni: un gesto politico

Farla fuori dal vaso, a volte, è un atto politico che fa cambiare le regole
Una turista al Mausoleo di Teodorico fa pipì in biglietteria perché le negano l’accesso ai bagni: un gesto politico
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Mi sono presa qualche giorno prima di decidermi a commentare un fatto, alquanto bizzarro, accaduto lo scorso aprile nella mia città, Ravenna. Una turista è entrata nella biglietteria del Mausoleo di Teodorico e ha chiesto di poter usare il bagno. Sentendosi rispondere che i servizi interni le erano preclusi perché non aveva acquistato il biglietto per l’ingresso all’edificio funerario, ha deciso per estrema necessità, o stizza, forse per esasperazione di farla lì, proprio all’ingresso della biglietteria.

Scandalo. Ne hanno scritto i quotidiani locali e sui social si è animata una discussione tra chi era solidale con la turista (più donne che uomini) e chi la condannava per un atto di inciviltà, colpevole di aver offeso l’arte e il patrimonio ravennate. Qualcuno ha scritto che era stata offesa la dimora eterna di un re… (vabbè). La Fondazione Ravenna Antica che gestisce il Mausoleo si è invece chiusa in un enigmatico silenzio.

Non credo fosse un caso che sui social le donne mature esprimevano solidarietà verso la turista e criticavano la rigidità delle regole della biglietteria. Donne che, come me, si rendono conto, con l’età della maturità, dell’importanza dei bagni pubblici. Sono oasi ricercate in un deserto di panico quando si è in viaggio o in visita in una città e si ha la necessità urgente di usare una toilette. Certo, si può sempre entrare in un bar, se ce n’è uno nei paraggi, ma bisogna comunque consumare qualcosa. Da anni ho vinto l’imbarazzo e ho preso dimestichezza nell’entrare in qualche caffetteria e ordinare al volo: “uncaffèdovesitrovailbagnograzie!”.

La questione non è da sottovalutare, perché riguarda i corpi, lo spazio pubblico e il modo in cui questo sia più o meno ospitale verso le persone: bambini, anziani, persone con disabilità o donne. Nel libro Invisibili, Caroline Criado Perez prende in considerazione proprio questo aspetto, ponendo l’attenzione su quanto le nostre società siano costruite a immagine e somiglianza degli uomini, abili e giovani, mentre metà della popolazione femminile o più fragile viene ignorata. Esiste un’assenza di dati e studi sui corpi, sulle abitudini e sui bisogni delle donne, che continuano a essere invisibili.

Il testo di Perez dovrebbe essere studiato nelle scuole, nelle facoltà di architettura e di sociologia, negli istituti dei geometri e anche da chi è chiamato a governare le città.

L’autrice si interroga, per esempio, sulle lunghe file davanti ai bagni delle donne che usano molto più spesso le toilette rispetto agli uomini e vi restano un tempo 2 o 3 volte superiore. Il motivo? Gravidanze (riducono la capacità della vescica) o per cambiare assorbenti o tamponi, e/o ancora perché le donne accompagnano in bagno anziani o bambini. Non è affatto equo prevedere un numero identico di bagni per uomini e donne, considerando che gli uomini possono usufruire degli orinatoi, mentre le donne necessitano di cabine.

Una ricerca delle Nazioni Unite ha rivelato che una donna su tre non ha la possibilità di accedere ai bagni pubblici in sicurezza e, secondo i dati di Water Aid, le donne e le ragazze di tutto il mondo “impiegano 97 miliardi di ore nella ricerca di un posto sicuro dove espletare i propri bisogni”.

Non affronterò qui il tema della violenza sessuale. In molti Paesi, scrive Perez, il bagno in casa è un lusso per pochi, e quando non esistono servizi igienici vicini alle abitazioni, il momento di cercare un luogo sicuro dove fare pipì espone le donne al rischio di aggressioni. Milioni di donne tendono a bere poco, onde evitare di essere colte dalla necessità di andare in bagno. Questo comporta un aumento delle infezioni alle vie urinarie, problemi di disidratazione e stitichezza con inevitabili ricadute sulla salute e sulla spesa pubblica sanitaria.

Nel mondo occidentale non va molto meglio: negli Stati Uniti e in Inghilterra, per esempio, dagli anni Novanta è in atto una progressiva chiusura dei bagni pubblici. In Italia i bagni pubblici sono una chimera e spesso sono maltenuti e in condizioni igieniche disastrose.

Alla luce di questo approfondimento, il gesto della “turista ribelle” andrebbe letto con una lente diversa. Non come un gossip di paese su cui fare battute. I commentatori indignati per l’offesa fatta alla memoria del re ostrogoto criticavano aspramente la donna che l’aveva fatta fuori da vaso, sostenendo che avrebbe potuto usufruire dei servizi igienici situati “a due passi”, all’esterno. Davvero? I bagni pubblici, che peraltro non erano indicati da nessuna insegna, erano a 700 metri dalla biglietteria, ovvero a sette minuti e mezzo a passo normale (prova a correre se ti scappa).

E il gesto scellerato mi è sembrato comprensibile, rivoluzionario.

Sono entrata nella biglietteria, ho chiesto informazioni sugli orari di visita al monumento e, con una certa perfidia, ho domandato se potessi usare il bagno. Con mia sorpresa, l’addetta mi ha guardata e ha mormorato: “Vada pure, è qui all’interno”. E io ne ho approfittato.

Farla fuori dal vaso, a volte, è un atto politico che fa cambiare le regole.

Questa vicenda sarà dimenticata come continueranno ad essere dimenticati i corpi delle persone fragili, anziane, con disabilità, quelli dei bambini e delle donne. Fino a quando il corpo maschile, adulto, giovane e in salute, sarà l’unico corpo previsto nello spazio simbolico, fisico, virtuale, gli altri corpi resteranno invisibili. Non scandalizziamoci se qualcuna, finalmente, fa capire che “esistiamo pure noi”.

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