In galera. Deve finirci, secondo il ministro dell’Interno Matteo Salvini, chi fa uscire le intercettazioni sulla “vita privata” dalle procure e “chi le pubblica sui giornali“. Ovvero i giornalisti. Il vicepremier leghista ha enunciato il precetto nello stesso discorso in cui ha chiesto “una seria e definitiva riforma della magistratura” a margine del Festival del Lavoro a Milano.

Nel pieno del lavoro in corso tra il ministero della Giustizia e quello della Pubblica amministrazione sulla riforma del processo e del Consiglio superiore della magistratura, il segretario della Lega prende la parola su un nervo scoperto qual è tema delle intercettazioni. Se nella pubblicazione “ci sono aspetti che riguardano la vita privata che escono dalla Procura e finiscono in edicola, dovrebbe finire in galera sia chi le fa uscire dalla Procura sia chi le pubblica sui giornali“, ha scandito il segretario della Lega. “Non è civile che i giornali siano pieni di pezzi di intercettazioni senza nessuna rilevanza penale. E’ una cosa da quarto mondo. Se ci sono cose che riguardano processi e reati è giusto che li si legga”, ha proseguito il vicepremier, nello stesso giorno in cui i delegati di via Arenula hanno ascoltato sul tema i contributi del presidente del Consiglio Nazionale Forense, Andrea Mascherin e del presidente dell’Ordine dei giornalisti, Carlo Verna.

Con il caso delle nomine al Csm che tiene banco da settimane sui giornali, Salvini ha sottolineato la necessità di cambiare il sistema: “Serve una seria e definitiva riforma della magistratura. Non ci devono essere poteri che, anche se indipendenti, se sbagliano non pagano”, ha detto il vicepremier. Una riforma “a prescindere da quanto avvenuto al Csm”, ha precisato, riferendosi alle intercettazioni in cui l’ex ministro dello Sport Luca Lotti parla della nomina del nuovo procuratore di Roma. “Lotti è politicamente lontanissimo da me – ha detto il capo del Viminale – ma con una magistratura divisa per correnti che decide nomine e posti fino a ieri come decidevano?”.

Sul principio si è detto d’accordo il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede: “Magistratura e politica devono essere separati. Un magistrato che entra in politica deve abbandonare la magistratura – ha detto il guardasigilli durante il programma di Rai Radio1 In Viva Voce. Sul tema delle intercettazioni, Bonafede si è mostrato assai più cauto e ha risposto al collega all’Interno: “Le intercettazioni rimangono uno strumento fondamentale per le indagini e hanno reso possibile la conoscenza di scandali. Io non posso portare indietro le lancette della storia. In passato il tema della privacy è stato usato dalla politica per tutelare se stessa“, ha specificato il ministro.

Che il 19 giugno aveva illustrato il suo pensiero in un’intervista a Radio Capital: “Possiamo migliorare gli strumenti – aveva spiegato – ma non arretriamo di un millimetro sulla possibilità di utilizzare i trojan e sulle intercettazioni. Dobbiamo agire sulla fuga di notizie, senz’altro. Pensi a terzi che vengono citati in intercettazioni da parte di indagati, pensi a fatti di vita privata, dobbiamo tutelare questi casi”. La bussola deve essere quella fornita dalla Cassazione, che “dice che le intercettazioni possono essere pubblicate nel diritto di cronaca e di informazione in caso di notizie con preminente interesse pubblico. Ma mi sembra che in alcuni casi, ad esempio quando vengono citate persone terze che non hanno a che fare con le persone coinvolte, il limite sia stato oltrepassato”.

Nel complesso, poi, ha proseguito Salvini, “servono tempi certi per sentenze, per indagini preliminari, non processi a vita: io ti do un anno, se trovi elementi mi mandi a processo, altrimenti sono libero”. “Non ci possono essere italiani sotto processo a vita. Sarà una delle mie ultime interviste a piede libero…”, ha aggiunto, ironico. E ancora “se fai il magistrato e poi fai la politica, allora ti dimetti definitivamente dalla magistratura, non fai più il magistrato”, ha concluso.

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